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Strage di Bologna

Bologna, trentadue anni fa, una bomba scoppia in una gremita sala d’aspetto della stazione. Sono le dieci e venticinque, la stanza è piena di gente, turisti, vacanzieri, studenti; cinque chili di tritolo e diciotto chili di nitroglicerina stipati in una semplice valigia spezzano la vita a ottantacinque persone e furono ferite duecento. Ottantacinque storie falcidiate da una violenza cieca, la stessa violenza che aveva soggiogato il nostro paese per più di vent’anni. Chi mai avrebbe pensato di cadere vittima in una sala d’aspetto di una stazione, alla partenza o al ritorno dalle vacanze, molti di loro già pregustavano il mare o avevano nel cuore la nostalgia per la sabbia il sale o il sole caldo. L’onda d’urto di quello scoppio fece crollare un’intera ala della stazione, investì un treno fermo sulla banchina, distrusse un lungo tratto di pensilina, trenta metri.
Tutti questi numeri riassumono velocemente l’odio di chi ha voluto far cessare ottantacinque innocenti giovani, mature, anziane storie. L’elenco dei loro nomi innocenti è memoria tangibile di un sacrificio inutile, caposaldo immenso di una testimonianza che ci deve essere sempre più cara dinnanzi ad ogni esternazione violenta di quell’odio del terrorismo Nero che ha macchiato tanto il nostro paese. Il loro ricordo deve essere esempio non immobile, ma spinta forte verso ideali antifascisti, affinché non più si possano vedere monumenti creati a commemorare  nuove stupide stragi.
Il ricordo deve esternarsi e concretizzarsi in comportamenti volti ad estirpare i rigurgiti e le comparse carsiche del fascismo. Il ricordo deve volgerci alla giustizia, che è diritto fondamentale di ogni popolo. Il ricordo deve aiutarci a rigettare tutte quelle affermazioni destabilizzanti che vogliono minimizzare la gravità della strage, come le dichiarazioni di Licio Gelli e del suo mozzicone. Le parole e l’ironia becera di chi non ha perso i più cari affetti feriscono chi si trova privato della più grande ricchezza come se fossero un’eco dell’onda d’urto provocata dalla bomba.
Contro queste parole terribili, contro la violenza di chi sfacciatamente continua a non mostrare vergogna o pentimento, noi opponiamo parole fieramente partigiane e antifasciste.

E il nome di Maria Fresu
continua a scoppiare
all’ora dei pranzi
in ogni casseruola
in ogni pentola
in ogni boccone
in ogni
rutto – scoppiato e disseminato –
in milioni di
dimenticanze, di comi, bburp.
(Il Nome di Maria Fresu, Andrea Zanzotto)

Il nome di Maria Fresu è il pungolo del nostro ricordo, il suo nome immateriale – la sua storia oramai senza corpo – risuoni nell’indifferenza di un paese con la memoria disintegrata. I ventiquattro anni di Maria e i tre della sua bambina Angela rimangano perpetui nel suono non conciliante della voce del Poeta e con loro anche le restanti ottantaquattro storie.

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