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1945 – 2015 25 Aprile 70° Anniversario della Liberazione

Partigiani sempre

Purtroppo, l’ età discrimina chi può ricordare o no quei fatti. Tutti i giornali e telegiornali sono pieni di 25 Aprile, ma il dibattito sul significato della data, sulla necessità di commemorarla, è spesso vacuo, o peggio pretestuoso.

Molti, anche per felice impossibilità anagrafica, non c’ erano, e nemmeno avevano sofferto. E allora chi c’ era e aveva sofferto si sente un diverso, avverte nei discorsi che si fanno un vuoto di conoscenze e di partecipazione.

Perché il 25 Aprile fu la fine di una guerra assurda, lunga e sanguinosa, fu il crollo di un regime asservito a un regime straniero ancora più criminale, fu il termine della paura, una paura che durava da anni, fu la cessazione di stragi di civili,d’ impiccagioni, di arbitrii, di un potere di vita e di morte incontrollato e reso furibondo dalla sconfitta vicina. Fu lo stop al terrore.

Per capire in pieno il significato del 25 Aprile giova, per esempio, aver visto (come chi scrive) l’ esercito tedesco che, in fuga per la val di Susa, si ritirava verso Torino, ammazzando qua e là qualche poveraccio; avere negli occhi le truppe francesi d’ Algeria che scendevano poderose dalla frontiera. Giova aver assistito all’ improvvisa fraternità delle persone, che si abbracciavano gridando parole al vento, ma parole di felicità; giova averle viste ballare per le strade. Giova essersi resi conto d’ improvviso che ci si poteva muovere senza preoccupazioni, che l’ invisibile ma dura prigione in cui eravamo tutti rinchiusi non esisteva più, e il mondo era aperto per chiunque. Era possibile pronunciare la parola «libertà» che noi stessi ci eravamo preclusa perché pareva soltanto un sogno. Libertà e felicità erano la stessa cosa.

C’ era voluta la guerra perché tutti capissero che cos’ era il regime, un regime abilissimo nella coltivazione del consenso. Pareva una dittatura mite. Già… mite nell’ assassinio politico (Matteotti, Rosselli, ecc.)? Mite nella guerra spietata all’ Etiopia, in pieno tramonto del colonialismo? Mite nell’ assalto alla democrazia e nei bombardamenti aerei in Spagna? Mite nell’ aggressione alla Francia, alla Jugoslavia, alla Grecia, alla Russia? Mite, infine, nell’ invio di migliaia di ebrei ai forni di Auschwitz?

È tragico che gli uomini, per capire le cose, abbiano bisogno di soffrire di persona. Altrimenti si limitano al particulare, all’ interesse immediato, sforzandosi di non vedere e non capire.

Oggi si tende a sottrarre verità e significato alla lotta svolta da minoranze illuminate contro il fascismo delle origini, collegandosi e organizzandosi pure in esilio. E piace svilire, magari alludendo a sciagurati episodi isolati, l’ opera della Resistenza, fenomeno straordinario che dai relitti di un esercito lasciato allo sbando dai comandi riuscì a cavare delle unità combattenti che diedero filo da torcere agli occupanti tedeschi e ai loro camerati italiani; che soprattutto difesero l’ onore del Paese, offuscato da giri di valzer che accreditavano la nostra fama d’ inaffidabilità: gli Alleati stessi riconobbero l’ aiuto sostanziale ricevuto.

Non era frequente, nella storia d’ Italia, quella bellicosità spontanea, quella molteplicità d’ iniziative tattiche, che trasformò molti resistenti in piccoli Garibaldi. Ne dànno una splendida rappresentazione i romanzi partigiani di Calvino, Fenoglio e Meneghello, con molta autoironia ma con il senso dell’ avventura e di un naturale eroismo.

E non era frequente la collaborazione che si sviluppò tra gruppi di diverso ceto; certo con antagonismi e incomprensioni, anche perché agli ex-militari si unirono lavoratori della terra e dell’ industria già politicizzati; ma, quasi senza eccezioni, tutti si riconoscevano nella bandiera di libertà del Cln. Anche nuova, almeno per i tempi recenti, l’ alleanza di combattenti, di civili e perfino di sacerdoti in una lotta comune, dato che le unità stazionavano spesso nel territorio di provenienza dei partigiani. Era un esercito non piccolo, tanto più se vi aggiungiamo i corpi militari di liberazione formatisi all’ ombra degli Alleati e i moltissimi internati in Germania (quasi la totalità) che rinunciarono ai grossi vantaggi offerti a quanti aderivano alla Repubblica collaborazionista di Salò.

E allora vien fatto di pensare che il 25 Aprile sia da considerare il vero inizio di una nuova vita per il nostro Paese, che infatti presto condannerà col voto la monarchia complice di Mussolini e si darà una Costituzione moderna.

In questa prospettiva, la distinzione tra chi ha goduto la fine del terrore e gli altri può cadere, dato che tutti siamo beneficiari della conquistata libertà. Il 25 Aprile dovrebbe essere per noi come il 14 luglio per i francesi, che con la caduta della Bastiglia segnano simbolicamente l’ inizio della nuova Francia.

Ecco, ora la libertà l’ abbiamo, tutti. E tutti dovremmo coltivare la passione per la libertà, essere sensibili a ogni sua minima lesione, perché la libertà si può anche perdere. Soprattutto, occorre guardarsi dall’ affidarla a volonterosi gestori: la libertà è un bene di ognuno e chi ne gode ha il dovere di esserne anche il tutore

(Cesare Segre)

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“Il 25 aprile, il 1 maggio e il 2 giugno non si toccano. Sono i valori su cui si fonda la Repubblica”

L’ANPI NAZIONALE:
“Il 25 aprile, il 1 maggio e il 2 giugno non si toccano.
Sono i valori su cui si fonda la Repubblica”

“Non ci si dica che non ci sono altri strumenti per incrementare la produttività e far crescere il P.I.L.;
ci sono provvedimenti in corso di esame, da tempo preannunciati, di cui si può accelerare l’iter;
e ce ne sono altri, da molti invocati (la patrimoniale, per fare un esempio) che a torto si finge di ritenere improponibili”

Secondo notizie di stampa, il Governo si appresterebbe a procedere ad alcuni accorpamenti di festività, per aumentare la produttività.
Nella “scure” incapperebbero anche le tre festività ben note per essere state già oggetto di tentativi analoghi (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno).
Dobbiamo essere estremamente chiari: non abbiamo – ovviamente – obiezioni di fronte ai sacrifici che possono essere chiesti ai cittadini in una fase difficile per il Paese; ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo.
Ci sono festività che nascono da consuetudini o semplici abitudini, che forse possono consentire qualche operazione.
Altre, come quelle citate, rappresentano il nostro passato migliore, i valori su cui si fonda la nostra Repubblica: sono, in una parola, la nostra storia.
E non vanno toccate.
Non ci si dica che non ci sono altri strumenti per incrementare la produttività e far crescere il P.I.L.; ci sono provvedimenti in corso di esame, da tempo preannunciati, di cui si può accelerare l’iter; e ce ne sono altri, da molti invocati (la patrimoniale, per fare un esempio) che a torto si finge di ritenere improponibili.
Si faccia quello che occorre, per salvare il Paese da una crisi che non ci dà tregua. Ma si lasci al Paese la sua storia, si conservino i suoi valori, quelli a cui la stragrande maggioranza dei cittadini continua a richiamarsi.
Questa è la richiesta che formuliamo alle istituzioni pubbliche e in particolare al Governo.
Alle nostre organizzazioni rivolgiamo l’invito ad una mobilitazione immediata e diffusa, assumendo ogni possibile iniziativa, coinvolgendo i parlamentari e le istituzioni territorialmente competenti, sollecitando l’adesione e l’impegno dei cittadini.
Il gravissimo proposito che è stato enunciato dalla stampa, se corrispondente ai reali intenti del Governo, dev’essere sventato e respinto, prima di tutto dalla coscienza civile e democratica del popolo italiano.

LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

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