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L’antifascismo non è un dettaglio. No al nome di Franco Servello al Famedio.

Partigiani sempre

Il fatto è semplice. A Milano c’è il Cimitero Monumentale, che raccoglie anche tombe di uomini e donne illustri e ricorda persone che hanno “illustrato” Milano e non solo, pur se sono seppelliti in altri luoghi (qualche nome: Boito, Catalani, Cremona, Giussani, Hayez, Horowitz, Manzoni, Marinetti, Medardo Rosso, Toscanini e, più di recente Alda Merini, Franco Parenti, Giovanni Pesce e molti altri). Proprio all’ingresso del Cimitero c’è il “Famedio”, luogo dedicato al ricordo di personalità illustri, anche solo con un’iscrizione.

Dal 2010 il Comune di Milano, ha creato un’apposita Commissione del Consiglio, con rappresentanti di tutti i gruppi, per scegliere le persone che dovranno essere iscritte, ogni anno, in occasione del 2 novembre. Anche in questo caso, i nomi sono parecchi e basterà citarne solo alcuni, accanto a quelli dell’elenco sopra indicato: Leo Valiani, Aldo Aniasi, Onorina Brambilla Pesce, Giovanni Pesce, Laura Conti, Claudio Sommaruga, etc. Quest’anno la Commissione si è riunita e, all’unanimità, ha deciso di iscrivere 29 persone e in un elenco speciale, 14 donne. Ci sono Presidenti di ordini professionali, artisti di rilievo come Ronconi, medici, imprenditori. Tra le donne Fiorella Ghilardotti (prima donna Presidente di Regione), Angelica Balabanoff (politica), Maria Montessori (educatrice), Maria Grazia Cutuli (giornalista assassinata dai terroristi in Afghanistan). Fin qui nulla da dire.

Ma poi c’è anche il nome di Franco Servello (politico), che lascia veramente di stucco. Servello è stato un esponente del Movimento Sociale italiano e Senatore, per il suo partito. Ha coperto cariche pubbliche nel MSI, non ha mai rinnegato di essere stato fascista. Una cronaca dell’epoca riporta una foto del suo funerale, in cui appaiono non pochi saluti romani. Dunque, non avendo fatto nulla di eccezionale, neppure nell’esercizio delle funzioni parlamentari, allora bisogna dire che è stato inserito per “meriti fascisti”. Altrimenti, si potrebbero iscrivere tutti i parlamentari e politici, purché non siano finiti in carcere.

E’ un segno dei tempi. Naturalmente l’ANPI e l’ANED hanno vivamente protestato. Ed altrettanto naturalmente è apparso un articolo su “Il Giornale” in cui si parla di “odio che non passa”, di una sinistra che vive di logoro antifascismo, di pagine della storia d’Italia che l’ANPI vuole stracciare. Ci vuole un po’ di coraggio a scrivere certe cose, ma lasciamo stare, tanto non riusciremo mai a far capire a chi non vuol capire che l’odio non c’entra per nulla e che in gioco sono soltanto la storia e la dignità di un Paese. Il fascismo è stato quello che sappiamo: dittatura, orrori, persecuzioni razziali, morte. Non può essere considerato meritorio averne fatto parte, per la semplice ragione che la storia è andata in un’altra direzione, ha vinto la Resistenza, è nata la Repubblica, la Costituzione fondata su valori tutti contrari all’ideologia ed alla pratica fascista. Non c’è bisogno di argomentare a lungo su questo.

Lo sforzo per arrivare ad una “memoria condivisa” dovrebbe passare per altre vie, oggi ancora improponibili: e la prima tappa dovrebbe essere quella del riconoscimento della Storia, del rifiuto del fascismo e della dittatura, della straordinaria importanza della Resistenza e della Liberazione. Non siamo ancora arrivati ad una memoria “collettiva”, fondata sul comune riconoscimento almeno dei fatti principali; figurarsi se possiamo pensare ad una parificazione tra chi combatteva e si impegnava per la dittatura e chi dedicava la sua vita alla libertà del Paese.

Ma la riflessione principale deve essere un’altra: come è possibile che in una città democratica come Milano, che si gloria di una Medaglia d’oro per la Resistenza, una Commissione comunale decida una simile cosa e per di più all’unanimità? Nessuno dei componenti si è reso conto che così si reca uno sfregio ai tanti nomi degni e davvero illustri ricordati nel Famedio e si accredita una visione storica improponibile? E non è intervenuta la Giunta, né il Sindaco. Nessuno si è opposto, o ha protestato, al di fuori delle Associazioni di cui ho detto.

Questo è il vero dramma di questo Paese, che possano accadere cose del genere in una città democratica e non ci sia una reazione. So benissimo che moltissimi non saranno d’accordo con quella iscrizione; e sono convinto che neppure il Sindaco la gradirà. Ma si tace, e tutto passa in una sorta di indifferenza generale. Come a dire: “con tutto quello che succede, nel mondo e in Italia, che volete che sia?”. E ancora più grave è il non capire che così si è ragionato negli anni venti, quando nasceva il fascismo, così si è ragionato nel ’46, invece di fare una vera epurazione e rinnovare completamente il tessuto democratico della struttura dello Stato.

Se oggi fioriscono gruppi neofascisti, se ancora siamo costretti a vedere i saluti romani e i simboli fascisti (e giustamente non li tolleriamo), è per questa disaffezione alla partecipazione, questo modo di sottovalutare fatti che sembrano modesti, ma in realtà hanno un significato di assai maggior peso di quanto si pensi. Quando diciamo che questo Stato non è ancora diventato davvero antifascista, alludiamo a questi esempi, che sono tanti e che non sono più accettabili.

Bisogna che le coscienze si risveglino e si compia un salto di qualità nell’impegno democratico. Senza del quale, finiremo davvero, assai tristemente, nella palude di un Paese senza storia e senza valori. Sia chiaro, una volta per tutte, perfino a certa stampa (se ci riesce) che non stiamo fomentando odi o rancori; pretendiamo soltanto che la storia sia rispettata e accettata per quello che ci racconta e ci descrive, soprattutto delle nostre pagine migliori.

Rivolgiamo una sollecitazione, forte, a coloro che cedono ai compromessi in nome dell’unanimità, a coloro che tacciono, a coloro che non si indignano: chiediamo partecipazione, fedeltà ai princìpi ed ai valori ed infine rispetto per coloro che meritano davvero di essere ricordati e per i quali il doveroso ricordo non deve essere umiliato e svilito. Mentre il rispetto per ogni defunto come tale è, ovviamente, fuori discussione.

di Carlo Smuraglia Presidente dell’Anpi Nazionale

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Sul Senato gioco al ribasso.

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Riparte l’iter della “riforma” (abolizione?) del Senato e non si è ancora capito se, alla fine, sia riuscita a prevalere una qualche ragionevolezza. Lo vedremo nei prossimi giorni, ma deve essere ben chiaro che non basta qualche aggiustamento marginale, fatto per accontentare i dissidenti o diminuirne la schiera. Il problema non è solo l’elettività, pur importantissimo; c’è dell’altro e in particolare ci sono le competenze del Senato, la concreta possibilità che esso funzioni davvero come contropotere, e così via; mi sembra, invece, che si stia giocando al ribasso, cercando di ottenere qualche consenso in più, con modi e accorgimenti che non incidono sostanzialmente sulla riforma.

Una riforma che non va, come diciamo da tempo, perché in sostanza abolisce una delle Camere (non a caso, durante l’estate, diversi commentatori e non pochi politici hanno parlato di “monocameralismo”). Non ci avevano parlato della necessità di eliminare il bicameralismo “perfetto” (e su questo sarebbe stato facile raggiungere un’intesa)? Sembra che adesso si voglia andare ancora più in là, anziché tener conto delle osservazioni, dei rilievi critici, delle opinioni espresse da costituzionalisti, Associazioni, politici, giornalisti, tecnici (ha visto, il Governo, le osservazioni delle strutture tecniche del Senato?) Per parte nostra siamo del parere di sempre: questa riforma non è correggibile con piccoli aggiustamenti, perché è sbagliata e pericolosa nei fondamenti, a maggior ragione con questa legge elettorale.

Prevarrà, alla fine, il buon senso? Sarebbe auspicabile, ma finora la razionalità continua ad apparire lontana. E dunque, si impone sempre di più la necessità che chi dissente e si preoccupa per il nostro sistema democratico, si faccia sentire, e ad alta voce.

Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi

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► La questione “(im)morale” e la questione “politica”

art-1-costituzioneNel numero 166 del 16 giugno scorso di questa Newsletter, ho scritto una nota intitolata “Basta!” e dedicata alla questione morale. Di fronte agli scandali, alla corruzione sempre più diffusa, alle altrettanto diffuse manifestazioni di illegalità, ponevo un problema (per me) fondamentale, quello cioè di cambiare non tanto le leggi, che ci sono e basterebbe rispettarle, quanto i comportamenti di tutti, a cominciare dai partiti, da coloro che rivestono cariche elettive pubbliche o funzioni di governo, fino ai comuni cittadini. E sostenevo che bisognava ripartire dalla “tolleranza zero”, cioè non solo dall’assoluto rispetto della legge (art. 54 della Costituzione), ma anche dall’osservanza di tutto ciò che è imposto dalla  morale corrente e dal comune sentire di un Paese civile. Per questo, il “Basta!” del titolo.

Sono stato subito “accontentato”: basta fare qualche esempio.

Partiamo dall’incredibile pasticcio creato dall’elezione di De Luca a “Governatore” della Campania. Un pasticcio previsto e prevedibile perché la condizione di De Luca era nota ed altrettanto lo era la Legge Severino. Candidarlo e sostenerlo significava affrontare un garbuglio indecoroso ed inaccettabile, come ora si sta dimostrando. Tentennamenti e incertezze anche da parte del Governo: alla fine si decide per il decreto di sospensione; ma lo stesso Presidente del Consiglio si affretta a dire che De Luca potrà ricorrere e potrà compiere gli atti che riterrà possibili e leciti.

E De Luca, che si è candidato e non si è mai arreso, non si arrenderà neppure questa volta; intendeva presentarsi in Consiglio regionale, e chissà quali atti pensava di compiere: poi ci ha ripensato, pare (sto scrivendo di sabato e la seduta sarà lunedì).

Certo è che tutto questo era annunciato e si conosceva. Perché allora sostenere un candidato in queste condizioni? Per fare una prova di forza? Per arroganza? Per la teoria già diffusa e pubblicizzata da Berlusconi che il popolo ha sempre ragione e se ha eletto una persona, questa diventa intoccabile, anche dalla legge? Difficile pronunciarsi su ciò che induce a certi comportamenti anche organi di Governo e dirigenti di partito; ma è lecito dire che tutto questo è scandaloso; il cittadino “comune” sa che c’è una legge Severino, approvata da tutti i maggiori partiti e pensa che non ci sia altro da fare che applicarla.

Sbaglia per semplicismo, ma attenzione (!), se si accorge del suo errore, finisce per pensare che la legge c’è solo per alcuni, e per altri non vale, e utilizza lo strumento di cui dispone nel modo più negativo: non va a votare. E’ questo che vogliamo? E’ questo che occorre alla democrazia di un Paese, che richiederebbe rispetto della legge da parte di tutti e partecipazione convinta dei cittadini alla cosa pubblica?

Proseguiamo: scoppia a Roma uno scandalo colossale (si parla ormai comunemente di “Mafia Capitale”). Bisogna far pulizia e non deve essere solo la Magistratura a farlo, ma devono essere i partiti, il Parlamento, il Governo. Bene: c’è un sottosegretario, “coinvolto” in qualchemodo nello scandalo. Mi auguro sinceramente che risulti innocente, ma considero doveroso che si dimetta dalla carica pubblica, oppure che venga invitato a dimettersi. Non si dimette;c’è una mozione di sfiducia per indurlo a dimettersi; dovrebbe approvarla tutto il Parlamento;e invece no, il sottosegretario viene “salvato” da una maggioranza anomala, che va da Forza Italia fino al Partito Democratico.
Il cittadino non ha di che essere soddisfatto, soprattutto se rilegge l’art. 54 della Costituzione, in tutte le sue parti.

Ma non è finita. Alla guida del Comune di Roma c’è un Sindaco le cui qualità, come tale, in una città difficile e complessa, non sta a noi giudicare; ma è pacificamente e da tutti ritenuto onesto ed estraneo a tutte queste scandalose e vergognose vicende che hanno avviluppato Roma e il suo Comune in un abbraccio spaventoso, fatto di un misto di delinquenza, corruzione, arroganza, mafia. Ma è lui, la persona perbene che se ne deve andare, secondo alcuni, pochi o molti che siano. Che lo pretendano i partiti che pensano di guadagnare qualche posto per eventuali elezioni è possibile e comprensibile; che lo pensi il Partito che lo ha indicato, lo ha appoggiato, in qualche modo lo ha fatto vincere, è stupefacente.

Naturalmente non si tratta di tutto il Partito, perché ad esempio, il Commissario che il PD ha nominato per gestire la vicenda romana, soprattutto per ciò che attiene –appunto- alla sua organizzazione politica, sostiene Marino e pensa che debba restare al suo posto, magari aiutato e consolidato con una Giunta più autorevole e più qualificata, per governare questo immenso pasticcio che è la città metropolitana, Capitale d’Italia. Ma non sembra pensarla così il Capo di quel partito, che parla quasi con “distacco” del Sindaco, lasciando a lui ogni responsabilità di decisione, tanto da far pensare a tutta la stampa che se ne voglia sbarazzare appena possibile (dopo l’estate?); intanto, già due o tre consiglieri (del PD) si autosospendono, quasi a suggerire un percorso.

Così il cittadino – che ragiona in modo semplice, con una logica elementare – conclude: resta al suo posto il “coinvolto” ( ripeto, spero che lo sia solo formalmente e risulti poi innocente) e deve avviarsi verso l’uscita il Sindaco, più o meno capace di amministrare, ma perbene.
Dal punto di vista dell’etica politica e della morale comune, non c’è davvero male.

Ma andiamo ancora avanti: il Governo vuole “rivoluzionare” per ragioni sue, che io non ho capito (ma solo perché sono ignorante nella materia specifica) la governance della Cassa Depositi e Prestiti. Fa fuori la vecchia dirigenza, con la quale discute solo dopo aver già nominato i nuovi “capi”, e non si accorge che per uno dei due c’è un problema di “onorabilità” che secondo lo Statuto dell’Ente, lo renderebbe improponibile (una pendenza  giudiziaria, in sostanza). Si rinuncia, quando ci se ne accorge, a quel dirigente? No, neanche per sogno, si progetta la modifica dello Statuto, per rendere più “morbida” la clausola di “onorabilità”, in modo che il progetto possa avere il suo corso, con tutti i “nuovi governanti” al loro posto.

Questo fatto è così lineare e semplice da non richiedere commenti; anche un bambino, ignaro di Costituzione e Statuto, capirebbe che non è così che si inculca nel cittadino il concetto di “legalità”, inteso nel senso molto ampio a cui solitamente mi attengo nelle mie note, concordando con molti autorevolissimi giuristi e costituzionalisti.

E’ proprio in questo contesto, che include nel concetto di legalità anche la morale e la correttezza dei comportamenti politici, che può inserirsi un altro paio di esempi, con i quali chiuderò l’argomento, anche se ci sarebbe ancora materia per continuare.

E’ stata approvata la legge elettorale, la “migliore possibile”, tanto che per averla si è ricorsi anche alla fiducia, perché bisognava ottenere il risultato, e al più presto. Tutto questo dopo un anno di palleggio tra le due Camere, ripensamenti, modifiche, innovazioni. Adesso, la legge elettorale c’è, anche se – ulteriore distorsione – entrerà in vigore tra un anno circa.

Ci sono state le elezioni amministrative, sia pure parziali, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non è più sicuro che ci sia un partito che può vincere tutto; si intravvedono pericoli se si va ai ballottaggi, pur essendo in testa nella prima tornata (Venezia insegna!); e che cosa accade? Si ricomincia a parlare della Legge elettorale, pensando seriamente di metterci mano ancora, non già per togliere di mezzo le parti più criticate e più sospette di incostituzionalità, ma per affrontare un paio di punti che parevano risolti in modo definitivo: l’assegnazione del premio di maggioranza alla “lista” che ha raggiunto un determinato quorum; il ballottaggio nel caso che nessuno raggiunga, nel primo turno , il quorum necessario per il premio di maggioranza.

E qui si prospetta già la prima anomalia. L’Italicum è sbagliato, dannoso, pericoloso. Sarebbe da cambiare, con qualunque mezzo, perché non è ciò che serve ai cittadini e alla democrazia.

E invece, si parla di cambiarlo per ragioni di convenienza politica, che sembrano suggerire che fosse migliore la prima idea, quella del premio di coalizione e che si debba rimettere mano al “secondo turno” che era stato presentato come una garanzia.
Naturalmente, non c’è ancora nulla di scritto o di dichiarato pubblicamente; ma la stampa (che è attenta a ciò che si pensa dietro le quinte), comincia a parlare di questi propositi; e nessuno la smentisce. Anzi, mi è capitato di leggere una significativa intervista con un illustre Professore, considerato (anche se lui smentisce) come un padre dell’Italicum e certamente molto vicino al Presidente del Consiglio e Segretario del partito di maggioranza relativa.

Basta leggere il titolo (che può anche non essere del tutto esatto, ma esprime l’opinione che si è fatta l’autore dell’intervista): “D’Alimonte: un baby Nazareno, sul premio di coalizione”. La lettura dell’articolo non smentisce affatto la possibilità ( e forse già l’intenzione) di rimettere le mani sulla legge elettorale, per ragioni – checché se ne dica – di pura convenienza politica, al punto che si arriva ad ipotizzare una sorta di intesa tra la maggioranza di governo e una parte delle opposizioni.

Tutto questo è serio, accettabile e ammissibile? Io penso di no, perché se una legge è pessima, come lo è l’Italicum, essa va cambiata nelle parti in cui nega la rappresentanza, impedisce ai cittadini di scegliere, assegna premi che distorcono la volontà popolare. E invece no. Si pensa di ricostituire un vecchio e, per fortuna, superato patto con Berlusconi, per tutt’altre ragioni, che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, la democrazia e la sovranità popolare.

Non è così che si riconquista la fiducia dei cittadini, né – tantomeno – s’incoraggia la partecipazione. Anzi, così si convincono più che mai i cittadini che i fini perseguiti sono corrispondenti ad interessi e convenienze di parte, anziché all’interesse generale.

Concludo con l’ultimo esempio. E’ passata la riforma della Scuola, al Senato, con la fiducia, ancora una volta. La fiducia su una riforma importante dovrebbe essere un’eccezione rarissima; ma tant’è: si è ricorsi alla fiducia e si è chiusa la partita in quattro e quattr’otto.
Non era stato detto che a luglio ci sarebbe stata una “giornata della scuola” per discutere, tutti insieme e in tutto il Paese, della riforma di uno degli Istituti più importanti per la convivenza, il senso civico e la formazione del cittadino? Semplicemente non se ne è parlato più.

Tutto questo, perché c’era la necessità di inserire nei ruoli 120.000 insegnanti ancora precari; esigenza giustissima, cui si sarebbe potuto far fronte stralciando questo punto, facendo un Decreto Legge, data l’urgenza, riservando quindi alla riforma della Scuola tutto il tempo necessario, senza ricatti di sorta.

Anche in questo caso, c’è un modo di intendere la politica, il governo della cosa pubblica, il prestigio del Parlamento, che non ci convince e non può convincere il cittadino che questa sia la “buona politica” di cui tutti parlano da molto tempo come di una necessità assoluta, proprio per “moralizzare “ la convivenza civile del Paese.

Carlo Smuraglia Presidente Nazionale dell’Anpi.
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Legge elettorale e riforma del Senato: era (ed è) una questione democratica.

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Non posso tacere su ciò che è avvenuto e sta avvenendo, in Parlamento, sul tema delle riforme ed ora, in particolare, su quella del Senato.

La situazione, a tutti nota attraverso i resoconti della stampa e della televisione, trova una felice sintesi nel titolo di un articolo apparso domenica su un quotidiano nazionale: “Il peggior modo di riscrivere la Carta di tutti”. Sono perfettamente d’accordo su questa implacabile fotografia di ciò che si è verificato e si sta verificando, a danno della democrazia, della rappresentanza, della Costituzione e – purtroppo – a danno del modo dei cittadini di considerare la politica e le istituzioni.

Il voto finale sulla riforma del Senato è stato rinviato a marzo, ma senza troppe speranze di ravvedimento; la legge elettorale, modificata, dovrà subire un ulteriore esame, anche in questo caso con poche speranze – da parte nostra – di veder subentrare la ragionevolezza e il rispetto della democrazia. Ma nessuno può pensare che tutto sia finito così. C’è ancora un cammino da percorrere, sia per la legge elettorale (che alla fine, se sarà approvata così, dovrà anche passare sotto le forche caudine della Corte costituzionale), sia per il Senato, per il quale non è ancora veramente cominciata la seconda lettura, e manca ancora la necessaria pausadi riflessione.

Continuiamo dunque a batterci perché prevalga il buon senso e vincano la democrazia e la Costituzione. Soprattutto continuiamo ad informare le cittadine ed i cittadini, perché si rendano conto che non si può restare indifferenti, perché ciò che si fa e si farà in Parlamento riguarda la vita loro e delle loro famiglie, la collettività nazionale nel suo complesso, e soprattutto la convivenza civile, fondata sui valori costituzionali.

– il Presidente Carlo Smuraglia, dall’ultimo numero di ANPINews http://www.anpi.it/newsletter/archivio/

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Carlo Smuraglia e la nuova proposta di legge elettorale

(Da ANPI news 28 gennaio – 4 febbraio 2014)

Nella news-letter della scorsa settimana, mi sono occupato solo dello “sdoganamento” di Berlusconi. Di ciò che ho scritto sono più che mai convinto (basterebbe ricordare il sorriso sfolgorante dell’On. Santanchè, in televisione, dopo la notizia dell’incontro con Renzi e dell’intesa raggiunta fra i due).

Ma adesso è il caso di occuparsi del merito.
L’intesa sarebbe stata raggiunta su tre punti: legge elettorale; “abolizione del Senato”; riforma del sistema delle autonomie.
Il segretario del Partito democratico è stato perentorio: si tratta di un pacchetto da prendere o lasciare, soprattutto per quanto riguarda la legge elettorale, ma in definitiva anche per il resto.
Non sono mancati i consueti applausi all’indirizzo di Renzi, che avrebbe rotto il sistema del rinvio continuo ed avrebbe imposto una soluzione concreta, a breve termine. E’ certo che bisogna dare atto a Renzi almeno della velocità e della rottura di schemi ormai stantii. Ma superati i convenevoli, bisogna andare a guardare le carte, non senza qualche rilievo preliminare sul metodo, che sa più di populismo e di autoritarismo che non di aderenza ad un sistema che si fonda sui partiti (ovviamente “bonificati”), sul rispetto reciproco, sulla formazione delle decisioni a seguito di un serio e sereno confronto.
Il merito ci dice cose preoccupanti.
Anzitutto, per quanto riguarda la legge elettorale. Diciamo tutti da molto tempo che il porcellum doveva essere cassato poiché toglieva poteri e diritti ai cittadini.
Ma ora, d’improvviso, si scopre che lo schema di una nuova legge non restituisce affatto ai cittadini la libertà di scegliere, ma è seriamente e fortemente attestato, ancora una volta, sulle liste bloccate ad emanazione dei partiti.
Con ciò, si eluderebbe, prima di tutto, ciò che ha detto in modo inequivocabile la Corte Costituzionale; ma, in più, si commetterebbe un’ulteriore ingiustizia a danno dei cittadini. Né giova dire che, trattandosi di collegi piccoli, per pochi candidati, questi sarebbero conosciuti e facilmente individuabili. Può darsi, ma con quale possibilità di scelta? Io non sono un patito delle preferenze, ma vorrei che fossimo coerenti con ciò che in tanti abbiamo detto e scritto

n questi mesi (anzi, addirittura in questi anni). Dunque, il primo problema è trovare un modo per consentire ai cittadini una vera libertà di espressione. Quale sia il modo migliore, visto che ci sono riserve sia sulle preferenze che sui Collegi uninominali, è tutto da vedere; e soprattutto da discutere. Ma come si fa a discutere a fronte di una sorta di diktat?

Ma c’è di più: l’iter prevede uno sbarramento per entrare in Parlamento particolarmente elevato (5% per le liste coalizzate e 8% per le liste non coalizzate).
In sostanza, per garantire la stabilità, si fa leva soprattutto sui partiti maggiori e si escludono, letteralmente, molti dei partiti minori. E’ giusto lasciare fuori dal Parlamento la rappresentanza di centinaia di migliaia, se di non di alcuni milioni, di cittadini?

Non è in questo modo che si consente di esercitare la sovranità popolare, che – nella democrazia rappresentativa – ha necessariamente dei limiti, che però non devono essere eccessivi.
Anche in questo, il progetto che ora viene presentato va contro la sostanza delle motivazioni della Corte Costituzionale e contro una evidente logica democratica.

Per questo ho firmato un appello di giuristi perché non si dia vita ad un altro “mostro”, con ogni probabilità anch’esso affetto da illegittimità costituzionale. Naturalmente, ho firmato come “giurista”, perché non voglio impegnare l’ANPI (o quanto meno, potrei farlo solo dopo un’ampia discussione), ma sono pienamente convinto della bontà dell’appello apparso domenica su “il manifesto” (e che pubblichiamo integralmente alla fine di questa nota) condiviso da parecchi giuristi e costituzionalisti di valore.

Infine, anche sulla proposta di “abolizione” del Senato ci sarebbe molto da dire. E non solo per le ragioni su cui mi sono intrattenuto più volte, cioè che riforme costituzionali di tale calibro hanno bisogno di riflessioni di merito, attinenti soprattutto alla funzionalità, laddove qui si dice continuamente che l’abolizione del Senato sarebbe positiva perché consentirebbe il risparmio di un miliardo. Giustamente, Nadia Urbinati, Andrea Manzella e molti altri hanno osservato che le riforme costituzionali non si fanno per motivi di risparmio (che può essere realizzato in ben altri modi), ma per ragioni attinenti alla funzionalità. E’ universalmente riconosciuto che il bicameralismo “perfetto”, ideato dai costituenti dopo un ventennio di dittatura, ha ormai mostrato la corda, provocando lungaggini nell’iter legislativo e duplicazione di iniziative e di strutture; e dunque va corretto, tenendo conto della realtà, delle esperienze straniere e degli studi e ricerche fin qui effettuati.

Di questo problema si sono occupati sia i “saggi” nominati nella primavera 2013 dal Presidente della Repubblica, sia quelli nominati, in seguito, dal Governo. Perché non attingere non tanto alle loro conclusioni, spesso incerte, quanto alle loro “ricognizioni” sulle varie possibilità e sui vari schemi e modelli, adottati altrove e adottabili?

Invece, sembra che si proceda all’insegna dell’improvvisazione, soprattutto per fare una concessione all’opinione pubblica, a cui si è inoculata l’idea che il problema sia quello del risparmio di spese inutili. La differenziazione del lavoro delle due Camere è stata già, positivamente, sperimentata in tutti i Paesi che si ispirano al bicameralismo. E lo si è fatto cercando di raggiungere il massimo di funzionalità, che può significare anche risparmio, ma non come tema prioritario.

Fra l’altro, è facile convincersi che se ci sono due Camere che fanno un lavoro diverso, si può ridurre il numero di parlamentari, dell’una e dell’altra , senza che il sistema ne soffra e dunque coniugando funzionalità e risparmio.
Ci piacerebbe un dibattito serio sui vari modelli di differenziazione possibili; ne uscirebbe dimostrata per tabulas la superficialità, così come il populismo e l’opportunismo con cui si pensa di affrontare un problema molto delicato.

Per di più, nessuno ha capito cosa dovrebbe essere sostituito al Senato attuale: una Camera delle Regioni o delle autonomie (come eletta?) oppure una sorta di Conferenza delle Regioni, costituzionalizzata, oppure ancora in altre forme?
Ci vorrebbe un po’ di chiarezza e meno semplicismo; ancora una volta, il tema delle possibili modifiche alla Costituzione si impone in tutta la sua delicatezza. E come tale vorremmo che fosse affrontato e non con improvvisazioni o semplificazioni incomprensibili.

Infine, la riforma del sistema delle autonomie. Che significa? Abolire le provincie, costituzionalizzare il sistema delle città metropolitane, secondo modelli largamente in uso in altri Paesi? Oppure fare qualcosa di diverso? Le scarne enunciazioni che sono state fatte finora non raggiungono il livello di un’argomentazione seria e di ipotesi fondate su esperienze, studi e confronti. E dunque, ancora una volta, il cammino riformatore è più declamato che non concretamente delineato.

E invece, occorrono idee chiare, discussioni serie e “aperte” al confronto (cosa che, spesso, appare poco gradita agli “innovatori”).
Infine, per tacer d’altro, che fine hanno fatto le misure per le quali il Governo delle “larghe intese” era nato, quelle che dovrebbero consentire il rilancio delle attività produttive, la creazione di nuovi posti di lavoro, e garantire sistemi di “sopravvivenza” diversi da questa costosa, inutile e limitata cassa integrazione?

In questo campo, gli “innovatori” dicono ben poco. Il Governo continua a promettere e latita. I cittadini si trovano un po’ tra Scilla e Cariddi, tra voglia di cambiare e uscire dall’immobilismo e (giusto) desiderio di farlo con raziocinio e con serietà, sulla base di confronti e non di accordi “al vertice”, che tutti dovrebbero subire positivamente.

Insomma, “qui è Rodi e qui bisogna saltare”, come dicevano gli antichi. Finora, Rodi c’è, ma di “salti” veri se ne vedono ben pochi.
Carlo Smuraglia, presidente nazionale ANPI

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