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A Milano l’estrema destra assedia il Giorno della Memoria.

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January 22, 2016

Che l’antifascismo non fosse più una cosa scontata lo sapevamo già, ma che ormai sia venuto meno anche un minimo di pudore è senz’altro un dato da evidenziare. Già, perché a Milano il Giorno della Memoria (27 gennaio) sta per essere letteralmente assediato da iniziative dell’estrema destra. Domenica 24 si tiene il convegno organizzato da un network europeo di ispirazione nazifascista, che comprende, oltre la nostrana Forza Nuova, anche organizzazioni come i tedeschi della Npd o quella banda di delinquenti che è la greca Alba Dorata. Il 28 e il 29 gennaio, poi, è il turno del fascioleghismo in salsa europea, con un evento che prevede il lancio ufficiale in Italia della coppia Salvini-Le Pen. E tutto questo senza che a livello istituzionale si siano ad oggi registrate reazioni degne di nota. Insomma, come se ormai valesse tutto.

Il Giorno della Memoria è sicuramente una commemorazione dai contorni molto istituzionali e quindi poco adatta a stimolare coinvolgimento e mobilitazione, ma è pur sempre il giorno in cui si ricorda la più grande infamia della storia del nostro continente, cioè l’Olocausto, il genocidio di ebrei e rom, lo sterminio dei popoli “non ariani, gli  “untermenschen”, degli omosessuali, dei disabili, degli oppositori politici. Per questo si tratta di un giorno che dovrebbe di per sé tenere alla larga nazisti, fascisti, razzisti, antisemiti, xenofobi, omofobi e simili. Dovrebbe, appunto, ma evidentemente non è più così.

Il convegno del 24 gennaio è organizzato dalla rete nazifascista europea “Alliance for Peace and Freedom” (Apf) e inizialmente doveva tenersi alle Stelline, ma l’intervento dei movimenti antifascisti e dell’Anpi, che si è portata dietro un po’di sinistra politica e sociale, ha fatto saltare la location. Hanno poi provato in Regione, ma è andata male anche lì, un po’ perché gli alleati della Lega si chiamano Casa Pound e non Forza Nuova e un po’ perché Maroni è già impegnato in altre edificanti battaglie, come quella di riuscire a trascinare il gonfalone di Regione Lombardia al Family Day. Quindi, finirà come al solito, cioè il convegno si terrà in un albergo milanese (ancora sconosciuto), grazie alla gentile intermediazione della Questura.

In ogni caso, non solo le reazioni da parte delle istituzioni del territorio, come il Comune (e gli stessi aspiranti sindaci) o la Regione (ma qui stendiamo un velo pietoso), sono state finora al di sotto del minimo sindacale, ma addirittura ci sono rappresentanti istituzionali che partecipano in prima persona al convengo del 24. A parte la grottesca consigliera regionale Baldini (a suo tempo eletta nella Lista Maroni), le locandine annunciano persino la presenza del ciellino ed ex Ministro Mario Mauro a fianco del capo di Forza Nuova.

Contro il convegno nazifascista il Comitato Permanente Antifascista ha organizzato un presidio per domenica mattina alle ore 10.00 alla Loggia dei Mercanti. Per ora ci risulta essere l’unica iniziativa in campo.

Il 28 gennaio alle 18 si terrà invece il convegno promosso dal gruppo parlamentare europeo di estrema destra, “Europa delle Nazioni e della Libertà”, costituito tra gli altri dalla Lega e dal Front National. Salvini questa volta non ha osato la piazza e tutto si svolgerà al chiuso (si entra solo con prenotazione), in una sala di Milano Congressi in FieraMilanoCity. È prevista la presenza di numerosi parlamentari europei e soprattutto dei capi dei principali partiti dell’estrema destra istituzionale del continente, a partire da Marine Le Pen. Alcuni rumours parlano anche della possibile presenza di deputati omofobi del partito di Putin. In altre parole, sarà il lancio politico, rivolto anzitutto alla stampa nazionale (conferenza stampa il 29 mattina), del fascioleghismo come opzione di governo, nazionale e continentale, e la conferma pubblica e definitiva della collocazione della Lega nell’alveo della destra radicale e xenofoba europea.

Con l’aria che tira in Europa e mentre anche qui da noi razzisti e xenofobi soffiano quotidianamente sul fuoco, se non peggio, sarebbe davvero incomprensibile se il progetto della coppia Salvini-Le Pen non incontrasse a Milano una voce contraria. Per questo diverse realtà, unite nella firma Milano Antifascista, Antirazzista e Meticcia, hanno indetto un corteo per giovedì 28 gennaio, con partenza alle h. 18 aPagano. Nell’evento fb www.facebook.com/events/768303223281523/ trovate le info e gli aggiornamenti.

Per la mattina del 29 gennaio è previsto, inoltre, un corteo degli studenti, con partenza alle h. 9.30 da Cairoli. 

di Luciano Mulhbauer.

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Il neofascismo e lo Stato: breve cronaca di un assurdo.

Forte contrasto dell’ANPI e dei Sindaci alla manifestazione di CasaPound; ma alla fine lo Stato non interviene.

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E’ nei primi giorni del mese che si viene a sapere di due iniziative: una “tre giorni” promossa da Forza Nuova a Cantù; la festa di CasaPound a Milano. “Anche questo 2015, il Campo Solare di Cantù vedrà le bandiere di Fn stagliarsi nel cielo settembrino”, recita il blog milanese dell’organizzazione di estrema destra.

CasaPound, non da meno, promuove la sua iniziativa negli stessi giorni: dall’11 al 13 settembre.

La reazione antifascista è immediata: il Presidente dell’Anpi nazionale Carlo Smuraglia scrive alle più alte cariche dello Stato chiedendo un intervento immediato perché Milano, Medaglia d’Oro alla Resistenza, non subisca l’oltraggio, l’Anpi di Milano promuove per l’11 settembre un presidio alla Loggia dei Mercanti, il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia pone il veto alla manifestazione dei “fascisti del 2000”.

In fuga da Milano, quelli di CasaPound chiedono ospitalità a Castano Primo, in provincia della metropoli lombarda, ma lo fanno per interposta associazione sportiva di copertura, sicché il Sindaco, ignorando la natura dei sedicenti festaioli, concede l’area. Ma quando, poco dopo, scopre l’arcano, dichiara: “siamo stati raggirati”. E, a sua volta, ritira il permesso. Intanto l’Anpi promuove un presidio di protesta anche a Castano Primo. Siamo al 12 settembre. Il Prefetto conviene col Sindaco di Castano.

Intanto il Presidente del Senato Laura Boldrini risponde alla lettera di Smuraglia dichiarando la sua impotenza dal punto di vista istituzionale, ma concordando pienamente dal punto di vista politico con le posizioni dell’Anpi.

Dopo tutto ciò, davanti alle iniziative dell’Anpi nazionale e Milanese, davanti al netto rifiuto dei due Sindaci, davanti al rigetto generalizzato dell’opinione pubblica, CasaPound, minacciando improbabili occupazione di Piazza Duomo a Milano, svolge comunque la sua festa a Castano Primo davanti ad un nutritissimo schieramento di forze dell’ordine che, però, non fanno nulla per impedire lo svolgimento – pur vietato – della manifestazione. Non c’era – va da sé – l’ordine di intervenire.

A questo punto ci si chiede come mai, davanti ad una conclamata, reclamata e ostentata violazione dei divieti da parte dell’organizzazione neofascista, il Ministro dell’Interno, ma più in generale lo Stato, non abbia risposto, se non in modo tremolante e subalterno.

da Patria Indipendente. (periodico dell’Anpi Nazionale)

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Il governo “fascista” di Tambroni del luglio 1960, la reazione popolare, i caduti e gli insegnamenti della vicenda.

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Ricorre proprio oggi il 55° anniversario degli eventi del luglio 1960, quando, a fronte della formazione di un Governo presieduto dal democristiano Tambroni e appoggiato anche da appartenenti al Movimento Sociale Italiano (cioè da fascisti, per chi non conosce o non ricorda quella vicenda) gran parte della popolazione italiana insorse.

La CGIL di Reggio Emilia dichiarò uno sciopero generale e vi furono grandissime manifestazioni in molte città, purtroppo contrastate da violente cariche della polizia, con risultati nefasti soprattutto a Reggio Emilia (5 morti) a Palermo (4 morti e decine di feriti), a Catania (un morto), a Licata e altrove.

Questo anniversario deve consacrare il ricordo imperituro di quei martiri e soprattutto dei più noti, a livello nazionale ( a loro sono state dedicate una poesia e una canzone) i cinque di Reggio Emilia (Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Afro Tondelli, Emilio Reverberi), i feriti di Reggio Emilia, (non solo quelli portati negli ospedali, ma anche quelli che le ferite se le curarono a casa per non farsi identificare) e quelli di Palermo, (che si ricorderanno domani in una grande manifestazione antifascista), quelli di Catania, di Licata, vittime di una violenza poliziesca, che non fu spontanea ma organizzata e in qualche modo determinata dal Governo.

Ma accanto al doloroso ricordo, come sempre, si impone la riflessione.

Anzitutto sul tentativo, allora inedito, di comporre un Governo con personaggi dichiaratamente fascisti. Fu una delle tante prove per contrapporsi alla volontà popolare che si opponeva a governi di destra ed ancora di più a “governi fascisti”. Il fatto era gravissimo, di per sé e giustamente come tale fu accolto; così come fu ritenuta una vera e propria provocazione la convocazione di un Congresso del MSI, in quel periodo, proprio a Genova, città da sempre antifascista e medaglia d’oro della Resistenza.

La reazione fu dunque molto forte e contemporanea in varie città. Solo a Reggio Emilia, si parla di circa ventimila persone in piazza; ma altrettante ce ne furono a Genova, a Roma, a Palermo.

Dunque, un moto popolare grandioso, a fronte del quale il Governo Tambroni fu costretto a dimettersi, riconoscendo il fallimento di quell’ignobile tentativo.

Va anche considerata la gravità della reazione poliziesca, indotta, peraltro, da una dichiarazione improvvida del Presidente Tambroni, che consentiva di aprire il fuoco “in situazioni di emergenza”. Bastò questo per mobilitare la Celere, che da Padova si recò a Reggio Emilia, appositamente per contrastare la manifestazione e che si comportò secondo la “direttiva” del Governo: si sparò, e si sparò ad altezza d’uomo; si sparò con una violenza inaudita (centinaia di colpi di mitra, di moschetto e di pistola). Non mancarono le conseguenze, anche giudiziarie, che investirono le responsabilità sia di alcuni esponenti della polizia, sia di un certo numero di manifestanti, accusati di aver scagliato pietre contro le forze dell’ordine.

Ci fu un processo, per i fatti di Reggio Emilia, trasferito a Milano per “legittima suspicione”; il processo si protrasse a lungo, seguito attentamente e in modo continuativo da tanti cittadini e compagni di Reggio Emilia che, ogni giorno, si trasferivano a Milano. Ma i risultati, se furono in qualche modo accettabili per quanto riguarda i manifestanti imputati, furono assolutamente negativi perché gli esponenti delle Forze dell’Ordine – ritenuti responsabili, anche sulla base di alcune foto e di varie testimonianze – furono pienamente assolti.

Resta dunque la memoria storica della vicenda e soprattutto di quel grande moto di rivolta antifascista di intere città, contro lo scandaloso Governo promosso da Tambroni; un moto che deve esserci di monito, per essere sempre pronti a reagire quando dalle manifestazioni pur plateali di fascisti (da contrastare sempre) si passa addirittura alla formazione di Governi autoritari; o quando la sfida alla democrazia viene portata ad un livello troppo alto, perché non si faccia di tutto per sconfiggerla (basta ricordare la strage di Piazza Fontana, a Milano, di netta marca fascista e la reazione immediata dei lavoratori di Sesto San Giovanni e di Milano che espressero, in occasione dei funerali delle vittime, la loro chiara convinzione sull’origine di quel massacro e la loro ferma opposizione ad ogni tentativo di stravolgere con la violenza la democrazia nel nostro Paese).

Tutto questo verrà ricordato oggi, a Reggio Emilia, domani a Palermo e in altre città; ma va fatto conoscere e considerato come un ammonimento per ciascuno di noi, perché i pericoli sono sempre alle porte e dunque bisogna essere vigilanti e pronti.

Devo aggiungere che ho personalmente partecipato, come avvocato di parte civile, al processo di Milano per i fatti di Reggio Emilia ed unisco al ricordo affettuoso dei caduti e dei loro familiari, quello della meravigliosa solidarietà che allora fu manifestata da tanti cittadini di Reggio Emilia, non solo con l’intervento pressoché quotidiano alle udienze, ma anche con l’appoggio e l’assistenza ai difensori, in mille altre forme, che rivelavano una straordinaria partecipazione ed una particolarissima sensibilità politica.

Anche questa è la lezione di allora, tanto più valida e forte quanto più vengono alla luce, in questa fase disgregata della vita nazionale, egoismi, personalismi, indifferenza e rassegnazione.

Questo ci dicono le vicende di 55 anni fa; non dimentichiamo né i caduti, né tanto meno gli insegnamenti che da esse devono essere tratti; e facciamoli conoscere a chi si affaccia ora alla vita associata e alla così detta “cittadinanza attiva”.

Carlo Smuraglia  Presidente Nazionale ANPI

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► La questione “(im)morale” e la questione “politica”

art-1-costituzioneNel numero 166 del 16 giugno scorso di questa Newsletter, ho scritto una nota intitolata “Basta!” e dedicata alla questione morale. Di fronte agli scandali, alla corruzione sempre più diffusa, alle altrettanto diffuse manifestazioni di illegalità, ponevo un problema (per me) fondamentale, quello cioè di cambiare non tanto le leggi, che ci sono e basterebbe rispettarle, quanto i comportamenti di tutti, a cominciare dai partiti, da coloro che rivestono cariche elettive pubbliche o funzioni di governo, fino ai comuni cittadini. E sostenevo che bisognava ripartire dalla “tolleranza zero”, cioè non solo dall’assoluto rispetto della legge (art. 54 della Costituzione), ma anche dall’osservanza di tutto ciò che è imposto dalla  morale corrente e dal comune sentire di un Paese civile. Per questo, il “Basta!” del titolo.

Sono stato subito “accontentato”: basta fare qualche esempio.

Partiamo dall’incredibile pasticcio creato dall’elezione di De Luca a “Governatore” della Campania. Un pasticcio previsto e prevedibile perché la condizione di De Luca era nota ed altrettanto lo era la Legge Severino. Candidarlo e sostenerlo significava affrontare un garbuglio indecoroso ed inaccettabile, come ora si sta dimostrando. Tentennamenti e incertezze anche da parte del Governo: alla fine si decide per il decreto di sospensione; ma lo stesso Presidente del Consiglio si affretta a dire che De Luca potrà ricorrere e potrà compiere gli atti che riterrà possibili e leciti.

E De Luca, che si è candidato e non si è mai arreso, non si arrenderà neppure questa volta; intendeva presentarsi in Consiglio regionale, e chissà quali atti pensava di compiere: poi ci ha ripensato, pare (sto scrivendo di sabato e la seduta sarà lunedì).

Certo è che tutto questo era annunciato e si conosceva. Perché allora sostenere un candidato in queste condizioni? Per fare una prova di forza? Per arroganza? Per la teoria già diffusa e pubblicizzata da Berlusconi che il popolo ha sempre ragione e se ha eletto una persona, questa diventa intoccabile, anche dalla legge? Difficile pronunciarsi su ciò che induce a certi comportamenti anche organi di Governo e dirigenti di partito; ma è lecito dire che tutto questo è scandaloso; il cittadino “comune” sa che c’è una legge Severino, approvata da tutti i maggiori partiti e pensa che non ci sia altro da fare che applicarla.

Sbaglia per semplicismo, ma attenzione (!), se si accorge del suo errore, finisce per pensare che la legge c’è solo per alcuni, e per altri non vale, e utilizza lo strumento di cui dispone nel modo più negativo: non va a votare. E’ questo che vogliamo? E’ questo che occorre alla democrazia di un Paese, che richiederebbe rispetto della legge da parte di tutti e partecipazione convinta dei cittadini alla cosa pubblica?

Proseguiamo: scoppia a Roma uno scandalo colossale (si parla ormai comunemente di “Mafia Capitale”). Bisogna far pulizia e non deve essere solo la Magistratura a farlo, ma devono essere i partiti, il Parlamento, il Governo. Bene: c’è un sottosegretario, “coinvolto” in qualchemodo nello scandalo. Mi auguro sinceramente che risulti innocente, ma considero doveroso che si dimetta dalla carica pubblica, oppure che venga invitato a dimettersi. Non si dimette;c’è una mozione di sfiducia per indurlo a dimettersi; dovrebbe approvarla tutto il Parlamento;e invece no, il sottosegretario viene “salvato” da una maggioranza anomala, che va da Forza Italia fino al Partito Democratico.
Il cittadino non ha di che essere soddisfatto, soprattutto se rilegge l’art. 54 della Costituzione, in tutte le sue parti.

Ma non è finita. Alla guida del Comune di Roma c’è un Sindaco le cui qualità, come tale, in una città difficile e complessa, non sta a noi giudicare; ma è pacificamente e da tutti ritenuto onesto ed estraneo a tutte queste scandalose e vergognose vicende che hanno avviluppato Roma e il suo Comune in un abbraccio spaventoso, fatto di un misto di delinquenza, corruzione, arroganza, mafia. Ma è lui, la persona perbene che se ne deve andare, secondo alcuni, pochi o molti che siano. Che lo pretendano i partiti che pensano di guadagnare qualche posto per eventuali elezioni è possibile e comprensibile; che lo pensi il Partito che lo ha indicato, lo ha appoggiato, in qualche modo lo ha fatto vincere, è stupefacente.

Naturalmente non si tratta di tutto il Partito, perché ad esempio, il Commissario che il PD ha nominato per gestire la vicenda romana, soprattutto per ciò che attiene –appunto- alla sua organizzazione politica, sostiene Marino e pensa che debba restare al suo posto, magari aiutato e consolidato con una Giunta più autorevole e più qualificata, per governare questo immenso pasticcio che è la città metropolitana, Capitale d’Italia. Ma non sembra pensarla così il Capo di quel partito, che parla quasi con “distacco” del Sindaco, lasciando a lui ogni responsabilità di decisione, tanto da far pensare a tutta la stampa che se ne voglia sbarazzare appena possibile (dopo l’estate?); intanto, già due o tre consiglieri (del PD) si autosospendono, quasi a suggerire un percorso.

Così il cittadino – che ragiona in modo semplice, con una logica elementare – conclude: resta al suo posto il “coinvolto” ( ripeto, spero che lo sia solo formalmente e risulti poi innocente) e deve avviarsi verso l’uscita il Sindaco, più o meno capace di amministrare, ma perbene.
Dal punto di vista dell’etica politica e della morale comune, non c’è davvero male.

Ma andiamo ancora avanti: il Governo vuole “rivoluzionare” per ragioni sue, che io non ho capito (ma solo perché sono ignorante nella materia specifica) la governance della Cassa Depositi e Prestiti. Fa fuori la vecchia dirigenza, con la quale discute solo dopo aver già nominato i nuovi “capi”, e non si accorge che per uno dei due c’è un problema di “onorabilità” che secondo lo Statuto dell’Ente, lo renderebbe improponibile (una pendenza  giudiziaria, in sostanza). Si rinuncia, quando ci se ne accorge, a quel dirigente? No, neanche per sogno, si progetta la modifica dello Statuto, per rendere più “morbida” la clausola di “onorabilità”, in modo che il progetto possa avere il suo corso, con tutti i “nuovi governanti” al loro posto.

Questo fatto è così lineare e semplice da non richiedere commenti; anche un bambino, ignaro di Costituzione e Statuto, capirebbe che non è così che si inculca nel cittadino il concetto di “legalità”, inteso nel senso molto ampio a cui solitamente mi attengo nelle mie note, concordando con molti autorevolissimi giuristi e costituzionalisti.

E’ proprio in questo contesto, che include nel concetto di legalità anche la morale e la correttezza dei comportamenti politici, che può inserirsi un altro paio di esempi, con i quali chiuderò l’argomento, anche se ci sarebbe ancora materia per continuare.

E’ stata approvata la legge elettorale, la “migliore possibile”, tanto che per averla si è ricorsi anche alla fiducia, perché bisognava ottenere il risultato, e al più presto. Tutto questo dopo un anno di palleggio tra le due Camere, ripensamenti, modifiche, innovazioni. Adesso, la legge elettorale c’è, anche se – ulteriore distorsione – entrerà in vigore tra un anno circa.

Ci sono state le elezioni amministrative, sia pure parziali, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non è più sicuro che ci sia un partito che può vincere tutto; si intravvedono pericoli se si va ai ballottaggi, pur essendo in testa nella prima tornata (Venezia insegna!); e che cosa accade? Si ricomincia a parlare della Legge elettorale, pensando seriamente di metterci mano ancora, non già per togliere di mezzo le parti più criticate e più sospette di incostituzionalità, ma per affrontare un paio di punti che parevano risolti in modo definitivo: l’assegnazione del premio di maggioranza alla “lista” che ha raggiunto un determinato quorum; il ballottaggio nel caso che nessuno raggiunga, nel primo turno , il quorum necessario per il premio di maggioranza.

E qui si prospetta già la prima anomalia. L’Italicum è sbagliato, dannoso, pericoloso. Sarebbe da cambiare, con qualunque mezzo, perché non è ciò che serve ai cittadini e alla democrazia.

E invece, si parla di cambiarlo per ragioni di convenienza politica, che sembrano suggerire che fosse migliore la prima idea, quella del premio di coalizione e che si debba rimettere mano al “secondo turno” che era stato presentato come una garanzia.
Naturalmente, non c’è ancora nulla di scritto o di dichiarato pubblicamente; ma la stampa (che è attenta a ciò che si pensa dietro le quinte), comincia a parlare di questi propositi; e nessuno la smentisce. Anzi, mi è capitato di leggere una significativa intervista con un illustre Professore, considerato (anche se lui smentisce) come un padre dell’Italicum e certamente molto vicino al Presidente del Consiglio e Segretario del partito di maggioranza relativa.

Basta leggere il titolo (che può anche non essere del tutto esatto, ma esprime l’opinione che si è fatta l’autore dell’intervista): “D’Alimonte: un baby Nazareno, sul premio di coalizione”. La lettura dell’articolo non smentisce affatto la possibilità ( e forse già l’intenzione) di rimettere le mani sulla legge elettorale, per ragioni – checché se ne dica – di pura convenienza politica, al punto che si arriva ad ipotizzare una sorta di intesa tra la maggioranza di governo e una parte delle opposizioni.

Tutto questo è serio, accettabile e ammissibile? Io penso di no, perché se una legge è pessima, come lo è l’Italicum, essa va cambiata nelle parti in cui nega la rappresentanza, impedisce ai cittadini di scegliere, assegna premi che distorcono la volontà popolare. E invece no. Si pensa di ricostituire un vecchio e, per fortuna, superato patto con Berlusconi, per tutt’altre ragioni, che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, la democrazia e la sovranità popolare.

Non è così che si riconquista la fiducia dei cittadini, né – tantomeno – s’incoraggia la partecipazione. Anzi, così si convincono più che mai i cittadini che i fini perseguiti sono corrispondenti ad interessi e convenienze di parte, anziché all’interesse generale.

Concludo con l’ultimo esempio. E’ passata la riforma della Scuola, al Senato, con la fiducia, ancora una volta. La fiducia su una riforma importante dovrebbe essere un’eccezione rarissima; ma tant’è: si è ricorsi alla fiducia e si è chiusa la partita in quattro e quattr’otto.
Non era stato detto che a luglio ci sarebbe stata una “giornata della scuola” per discutere, tutti insieme e in tutto il Paese, della riforma di uno degli Istituti più importanti per la convivenza, il senso civico e la formazione del cittadino? Semplicemente non se ne è parlato più.

Tutto questo, perché c’era la necessità di inserire nei ruoli 120.000 insegnanti ancora precari; esigenza giustissima, cui si sarebbe potuto far fronte stralciando questo punto, facendo un Decreto Legge, data l’urgenza, riservando quindi alla riforma della Scuola tutto il tempo necessario, senza ricatti di sorta.

Anche in questo caso, c’è un modo di intendere la politica, il governo della cosa pubblica, il prestigio del Parlamento, che non ci convince e non può convincere il cittadino che questa sia la “buona politica” di cui tutti parlano da molto tempo come di una necessità assoluta, proprio per “moralizzare “ la convivenza civile del Paese.

Carlo Smuraglia Presidente Nazionale dell’Anpi.
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La scuola che vorremmo

sfasciando scuola statale

Nella visione costituzionale, la scuola pubblica, insieme al lavoro costituisce un valore essenziale, è un presidio fondamentale per rimuovere gli ostacoli alla realizzazione della persona umana (Art. 3 della Costituzione), per educare alla cittadinanza e per formare la coscienza civile delle nuove generazioni; coscienza che deve essere fondata sulla reintroduzione, in tutti gli ordini di scuola, dell’insegnamento della storia contemporanea, su una più strutturata e rigorosa conoscenza della storia dell’antifascismo e della Resistenza, fondativi della Carta costituzionale. La scuola pubblica, l’università, la ricerca, la cultura sono altresì un fattore essenziale dello sviluppo economico, sociale, civile e culturale del Paese, dalla loro qualità dipende il suo stesso futuro, soprattutto in una società globale in cui il principale fattore di diseguaglianza rischia di essere la conoscenza. […..]

Un Paese che investa nella ricerca e nella formazione è un Paese che prepara con decisione il proprio futuro secondo modelli equi e sostenibili, dando la priorità alla ricerca di base, medica e farmaceutica per le energie rinnovabili. Non dobbiamo dimenticare mai che il nostro futuro, la nostra vita e quella delle nostre famiglie dipende anche dall’impegno che metteremo nella tutela e nella salvaguardia dell’ambiente, oggi esposto a troppi attentati. È interesse della collettività garantire un ambiente il più possibile sicuro, prevenendo e combattendo i vecchi ed i nuovi rischi. Su questo terreno occorre adoperarsi per ottenere un nuovo e diverso impegno da parte delle istituzioni che ci governano.

Fin qui la parte essenziale del documento del congresso del 2011. Che cosa dobbiamo dire, oggi, di fronte ad un progetto di riforma della scuola che ha già suscitato proteste, contrasti e discussioni? Non entreremo certamente nel dettaglio, perché non è questo il nostro compito. E del resto, poiché è stata dichiarata da parte governativa una certa disponibilità ad eventuali modifiche nell’iter parlamentare, è conveniente non scendere nei particolari, indicando però con fermezza i punti della riforma che ci sembrano contrastare con quanto indicato, appunto, dal documento politico congressuale.

Li elenco rapidamente:

A – la sostanziale riduzione delle risorse destinate alla scuola, laddove esse dovrebbero essere incrementate;

B – il ricorso esplicito alle fonti di finanziamento privato, in sé discutibile ma ancor più da evitare ove esso si prospetti in termini tali da far prevedere una divisione fra scuole d’élite e scuole di minore importanza;
gli interventi previsti per potenziare le detrazioni per le rette pagate alle scuole paritarie, che appaiono in contrasto con i princìpi di fondo della Costituzione e tanto più in una fase di sofferenza della scuola pubblica;

D – l’attribuzione di tali poteri al dirigente scolastico, da ridurre sostanzialmente le forme di partecipazione democratica e nel contempo da realizzare una gestione “solitaria”, dotata di un’amplissima discrezionalità, così riducendo gli organi collegiali ad un ruolo meramente consultivo;

E – il potenziamento di alcune materie, in sé giusto, ma omettendo di prevedere quello dell’insegnamento della storia contemporanea e di tutto ciò che contribuisce alla formazione di una “ cittadinanza attiva”, che è veramente essenziale per la costruzione di una società democratica, basata su una consapevole e informata partecipazione.

Devo dire che quest’ultimo aspetto è quello che, in un certo modo, appare fondamentale, più di ogni altro, proprio per conseguire quelle finalità che si desumono da tutto il contesto della Costituzione e che costituiscono la premessa e l’obiettivo di fondo di quanto risulta dal documento più sopra trascritto.

Insomma, a noi interessa che non prevalga un modello di scuola centralistico, che si affermi, invece, un profilo pluralista e democratico di ogni tipo di insegnamento, che la scuola sia fortemente impegnata per favorire il progresso democratico del Paese, proprio con la formazione di generazioni non solo tecnicamente preparate, ma “allevate“ nel culto della legalità, della dignità della persona, della democrazia e pienamente edotte delle pagine migliori della storia del nostro Paese e del contenuto imprescindibilmente democratico dell’intero disegno costituzionale.

Dobbiamo, dunque, impegnarci tutti per garantire il rispetto dei princìpi sopra enunciati, nella speranza che in Parlamento ci sia tempo e modo di approfondire tutte le tematiche relative alla scuola, con l’aiuto anche delle organizzazioni sindacali e delle associazioni che di essa si occupano in modo specifico, cercando di costruire un profilo condiviso e democraticamente definito di ciò che dovrà essere la scuola del futuro (anzi, addirittura quella del presente).
Carlo Smuraglia da “Anpi news”

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Contro la corruzione e gli scandali, contro la degenerazione morale bisogna prima di tutto rigenerare la politica

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Il Comitato nazionale dell’ANPI ha approvato il 12 marzo 2014 un importante documento sulla riforma (o rigenerazione) della politica, come questione prioritaria rispetto ad ogni altra.
In quel documento si ribadiva la necessità di un cambiamento radicale del modo di essere dei partiti, e dei comportamenti politici, nelle istituzioni e nella società, come premessa e presupposto per un riscatto ed un rilancio del Paese.
Naturalmente, non siamo stati ascoltati, anche quando abbiamo fatto un forte richiamo al documento, in epoca assai recente.
Ora siamo convinti, più che mai, della necessità e urgenza di un cambiamento radicale, perché la vita e la convivenza nell’intero Paese sono arrivate ad un livello veramente insostenibile di degrado, di corruzione, di crollo dei valori morali e politici fondamentali.
L’immoralità e la corruzione dilagano, la criminalità organizzata sta occupando, gradualmente, le nostre città e le nostre Regioni; la degenerazione non si mostra in modo palese solo a certi livelli, ma riguarda tutti i livelli e investe addirittura la vita quotidiana, mettendo a serio repentaglio la stessa convivenza civile.
Basta il richiamo a tre evenienze di particolare rilievo in tre diverse ed importanti Regioni italiane: lo scandalo dell’EXPO, a Milano, lo scandalo del “MOSE” a Venezia e lo scandalo enorme che è venuto alla luce a Roma. Basterebbero questi fatti, con le loro caratteristiche allarmanti e gravissime, con le loro connivenze, con l’implicazione trasversale sia della società politica che di quella civile, per destare un allarme pari alle “allerte” per le alluvioni. Ma c’è ancora di più: il malaffare è presente in tante Regioni e in tante città,; e basta ricordare che, a fronte di alcuni fatti di corruzione e reati analoghi, in diverse città italiane, apparsi come episodici, oggi c’è una continuità territoriale e temporale diffusa, com’è dimostrato – se non altro – dal fatto che quasi tutti i Consigli regionali ( in buona parte dei loro componenti) sono indagati o sotto procedimento penale per fatti talora perfino “banali”, ma diffusi.
Tutta colpa della politica? Certamente no. Ma la politica c’entra non solo perché in quasi tutte le vicende che ho ricordato sono implicati soggetti politici o risultano connivenze politiche, ma anche perché essa non riesce ad opporre un argine a questi fenomeni ed a creare le condizioni perché si esca da una situazione che reca disonore a tutto il Paese e suscita serie preoccupazioni per l’avvenire.
Ci sono leggi che non funzionano o che vengono applicate solo dalla Magistratura, non essendo riuscite ad entrare nel “cuore” della politica, quantomeno sotto il profilo della prevenzione. Ce ne sono altre che sarebbero necessarie, ma sono impantanate in Parlamento, spesso a causa di qualche veto o di qualche interesse contrastante (basti
pensare al continuo rinvio delle norme sulla prescrizione, nonostante la semplicità dei provvedimenti da adottare, posto che – con ogni probabilità – basterebbe tornare all’antico, togliendo di mezzo alcune leggi troppo favorevoli per chi delinque). Altri provvedimenti, infine, riescono a passare le forche caudine del Parlamento, ma dimezzate o svirilizzate e quindi, alla fine , inutilizzabili o comunque non adeguate alla bisogna.
Ma poi ci sono i comportamenti politici, certe votazioni in Parlamento, certe leggi camuffate da benefici per l’economia, ma in realtà devastanti sotto il profilo del messaggio che ne promana, oltre che dei contenuti.
Basterà un paio di esempi. E’ stata approvata, recentissimamente, una legge per il rientro dei capitali dall’estero, inopinatamente , le misure sono state estese anche ai capitali rimasti in Italia ma occultati. Insomma, i benefici vengono estesi anche agli evasori fiscali “interni”; si parla, dunque, da parte di molti di condono. Ma poiché il condono sarebbe improprio, e suonerebbe male agli occhi dei cittadini, in una fase come quella che stiamo vivendo, ci si dice che non si tratta di un condono perché non c’è l’anonimato e perché non ci sono sconti, nel senso che si paga integralmente ciò che si è omesso. Ma, a quanto risulta, non si pagano le sanzioni, abituali in caso di omesso o ritardato pagamento di quanto dovuto al fisco; e in diversi casi, che costituirebbero reato, è prevista la non punibilità. E allora, come si fa a non parlare di un condono, privo – peraltro – di qualsiasi giustificazione, in un momento in cui, invece, dovrebbe essere intensificata la caccia agli evasori? Per di più, chi si mette in regola, con i citati benefici, può farlo anche con comodo, disponendo di un anno per provvedere. Inoltre un provvedimento del genere è fortemente dannoso anche sul piano psicologico, perché convince – ancora una volta – i cittadini che si può anche evadere, tanto, prima o poi, arriverà un condono o, comunque, si potrà regolarizzare il tutto con poca spesa. Insomma, un provvedimento forse ispirato dall’intento di fare cassa, ma a caro prezzo: creando forti disuguaglianze tra i cittadini che adempiono regolarmente agli obblighi fiscali e quelli che non lo fanno, ma poi sono ammessi a “riparare” pressoché senza danni; e creando altresì la convinzione che non convenga essere onesti e leali con lo Stato, perché poi ci sarà sempre un’ancora di salvezza per chi non lo è.
Impressiona il fatto che un provvedimento del genere, contrario al diritto e all’etica (parlo essenzialmente per quanto riguarda le evasioni “interne”) sia stato approvato senza grande dibattito e con una larga maggioranza; e colpisce il fatto che anche gli echi sulla stampa siano stati molto modesti, a riprova del fatto che c’è una disponibilità diffusa a prendere atto anche di cose che giuridicamente ed eticamente non dovrebbero essere accettabili.
Non si pretende che lo Stato adotti la faccia feroce; basterebbe che facesse il suo mestiere di Stato, che fa pagare a tutti ciò che è dovuto, senza distinzioni, senza sconti e senza benefici, come vuole l’art. 53 della Costituzione.
Secondo esempio: passa, infine, il reato di autoriciclaggio, ma ne restano escluse alcune rilevanti fattispecie, comprese quelle che consentono più agevoli e sicuri accertamenti.
E non si riesce ad intervenire seriamente, come ho già accennato sulla prescrizione, troppo breve – oggi – per alcuni reati di rilievo politico-sociale-economico.
Tutto questo non è imposto da un governo di destra, ma è voluto o subito, in qualche modo, da quasi tutte le componenti governative e, per diversi aspetti, anche da quelle di opposizione.
Sembra che ci si lavi la coscienza ricorrendo – in ogni occasione di particolare rilievo – al dott. Cantone, come se fosse onnipotente e potesse essere onnipresente e come se potesse bastare, da solo, a combattere e soprattutto a prevenire, fenomeni di tanta gravità ed estensione.
E’ in questo il “fallimento” della politica, non della politica tout court, ma di questa politica che deve assolutamente cambiare, prima di ogni altra cosa, sé stessa, se vuole assicurare al Paese una concreta possibilità di riscatto.
Ma non sembra che ne abbia molta voglia. L’altro esempio che intendo addurre è illuminante.
Al Senato si discute se concedere o meno l’autorizzazione all’utilizzo di alcune intercettazioni, nei confronti di un Senatore (già del PDL ed ora di NCD), già Sindaco di Molfetta e implicato, in qualche modo, nello scandalo del porto “fantasma” di Molfetta. Sarà anche innocente, ma la Magistratura ha acquisito alcune intercettazioni e le considera utile elemento di prova. Che cosa dovrebbe fare un Parlamento che voglia combattere la corruzione e garantire che le indagini possano avere libero corso? Dovrebbe autorizzare – è ovvio – l’utilizzo di quelle intercettazioni e lasciar lavorare la Magistratura. E invece, il Senato dice di no e respinge la richiesta dei Magistrati di Trani, che dovranno dunque fare a meno di un importante elemento di prova, per il solo fatto che riguarda un Senatore. Il fatto è singolare e grave; ma è ancor più significativa, la singolare maggioranza che ha sancito – scrive un quotidiano – la “morte” di quelle telefonate: una maggioranza molto ampia che va da Forza Italia e da Ncd fino al PD, comprendendo anche la Lega.
Che cosa deve pensare e dire il cittadino di fronte a tutto questo? Semplicemente che, se non si rigenera la politica, se non si torna, prima che alla repressione, alla prevenzione, se non si spezza la connivenza tra politica e criminalità, se non si ripristinano i valori su cui deve reggersi un Paese civile, saremo condannati ad assistere ancora, e peggio, al degrado, alla corruzione, alla immoralità dilagante.
Venga, dunque, quel cambiamento che l’ANPI ha invocato, anche per combattere l’antipolitica che da questa situazione è favorita e incoraggiata e che noi non vogliamo, perché un Paese come il nostro – a 70 anni dalla Liberazione da un’odiosa dittatura – ha il diritto-dovere di godere di una vera democrazia, nutrita e sorretta dagli ideali di allora e dai valori che giustamente sono stati trasfusi nella Costituzione.

Da Anpi news “ Carlo Smuraglia” Presidente dell’ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

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Piccola storia nobile dell’ANPI di Senago

25aprile2014Tutto iniziò nel 1998, con la voglia e la determinazione a far risorgere un’associazione che si era persa da tempo nei meandri della politica degli interessi dei partiti e delle faziosità.

La volonta e il desiderio di molti compagni fece si che questa realtà tornò ad affacciarsi sul territorio di Senago e con molta umiltà iniziò il suo percorso per ricostruire una sezione e portare il suo contributo alla memoria e ai valori della Resistenza e dell’Antifascismo. Per diversi anni, con costanza e pazienza, l’associazione potè essere sempre presente nei momenti importanti istituzionali, promuovendo essa stessa iniziative che segnarono la vita dell’associazione. Purtroppo, come avviene in molti casi, se una pianta non viene innaffiata e curata, prima o poi rischia di essiccarsi e morire.

Grazie però a compagne e compagni che decidono di rinvigorire quel giardino, il 16 luglio del 2012, riprende vita la “pianta” dell’associazione e nel giro di due anni, grazie alla loro determinazione, promuove e partecipa a numerose iniziative, dalle scuole alle piazze, nelle istituzioni, sul territorio e nei dintorni. Una forte presenza che si è consolidata ed è riconosciuta ormai da più parti e che si appresta ad essere ancor più importante per il futuro. E per chi vuole rendersi conto di persona del cammino e del lavoro fatto da queste compagne e compagni, può passare davanti alla casetta del parco di villa Monzini, in via Repubblica n°3.

Grazie, grazie e ancora grazie a tutte e tutti, grazie ancora per questo importante traguardo.

Buon 25 Aprile a tutte/i.

Il Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia A.N.P.I. sezione di Senago, Giacomo Ferrari

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