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JE SUIS CHARLIE

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L’ANPI di Milano aderisce al presidio di Sabato 10 gennaio in piazza Duomo

L’ANPI Provinciale di Milano aderisce al presidio promosso da varie Associazioni che avrà luogo Sabato 10 Gennaio 2015 alle ore 15,30 in piazza Duomo. La mobilitazione costituisce una prima unitaria risposta alla sanguinosa azione terroristica compiuta a Parigi da un commando jihadista         contro il settimanale Charlie Hebdo. L’attacco terroristico che ha provocato la morte di 12 persone, ha colpito al cuore l’Europa, il mondo intero e un simbolo fondamentale della democrazia: un giornale.

All’azione terroristica nella capitale francese è seguito in Nigeria un vero e proprio massacro commesso a Baga e tra le baracche di altri 15 villaggi dai jihadisti di Boko Haram.

Contro questi attentati alla convivenza civile è necessario sviluppare la più ampia mobilitazione delle forze che si richiamano ai valori della democrazia, distinguendo i numerosissimi cittadini musulmani che professano la propria fede dai terroristi.

Sono pertanto da condannare la gravissima proposta di Marine le Pen di effettuare un referendum tra i francesi sulla pena di morte e i i richiami xenofobi e razzisti della Lega di Salvini.

Invitiamo i cittadini, i democratici, gli antifascisti a partecipare numerosi al presidio di sabato in piazza Duomo.

Milano, 9 Gennaio 2015

Roberto Cenati

Presidente ANPI Provinciale di Milano

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…perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano…

 Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire.

Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

 

Da Gianni Rodari, Favole al telefono.

 

In questo clima di apocalisse annunciata, di post montismo, di caos ferroviario, come non si può, almeno per un istante, non portare la memoria a quella piazza del centro, che vede passare ogni giorno migliaia di studenti, turisti e uomini di affari? Tralasciando un momento l’emozione della data palindroma 12-12-’12, sarà forse bene non scordarsi della bomba che scoppiò quel pomeriggio di quarantatré anni fa nella filiale di piazza Fontana della Banca dell’Agricoltura. E ovviamente non possiamo nemmeno permetterci che discolorino nella nostra mente tutte le mancanze, gli errori, i crimini, che seguirono l’attentato, perché le ferite provocate dall’esplosivo sono ancora aperte, perché la verità sull’accaduto non è un bene comune.  È triste constatare in occasione degli anniversari delle Stragi, che la “verità” sui fatti è un lusso non destinato alla moltitudine dei cittadini. Il mistero che ammanta i volti degli stragisti, dei mandati italiani o stranieri, non è nemmeno minimamente degna di un paese civile, di un paese che si è formato dopo aver sconfitto quelle stesse persone che hanno piazzato la bomba a Piazza Fontana! Di questa vicenda noi possediamo  soltanto una verità frammentaria, incerta e traballante; dobbiamo costantemente mettere assieme i pochi tasselli che abbiamo in mano sperando di poter dare la giusta ricompensa alle vittime e ai loro familiari.

Spesso lavorare sulle Stragi significa affidarsi a prove indiziarie, percorrere strade sbarrate, sia dalla negligenza, sia dalla malcelata volontà di insabbiare. Magari c’è la speranza di ritrovare in un qualche ufficio un armadio goffamente nascosto, ma forse sarò troppo tardi per poter vedere i volti dei bombaroli  davanti ad una  tribunale!

Viste queste cose non si può non dire che l’Italia abbia fatto completamente i conti con il fascismo, dalle stragi di Stato, agli eccidi nazifascisti riscontriamo la totale inadeguatezza delle minime azioni giudiziarie intentate contro quei fatti.  Gli “scheletri nei nostri armadi” non sono stati rimossi, il cancro della violenza e della sopraffazione intacca ancora i gangli vitali del nostro paese. Certamente una sentenza non ripara i danni intimi provocati da una bomba, ma ridarebbe al popolo quella consapevolezza della sua sovranità, che non lo farebbe suddito delle decisioni  violente di persone nascoste sotto la maschera di moderati e democratici.

Ma cosa si può fare in questo momento, mi si scusi la domanda retorica?

L’unica cosa in nostro possesso è il ricordo: non a caso tante parole di questo mio breve intervento si rifanno all’ambito della memoria! La memoria  e quelle piccole scintille di verità che possediamo sono armi potentissime (più potenti delle bombe!), capaci di far vivere chi è stato deliberatamente e ingiustamente ucciso!

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Strage di Bologna

Bologna, trentadue anni fa, una bomba scoppia in una gremita sala d’aspetto della stazione. Sono le dieci e venticinque, la stanza è piena di gente, turisti, vacanzieri, studenti; cinque chili di tritolo e diciotto chili di nitroglicerina stipati in una semplice valigia spezzano la vita a ottantacinque persone e furono ferite duecento. Ottantacinque storie falcidiate da una violenza cieca, la stessa violenza che aveva soggiogato il nostro paese per più di vent’anni. Chi mai avrebbe pensato di cadere vittima in una sala d’aspetto di una stazione, alla partenza o al ritorno dalle vacanze, molti di loro già pregustavano il mare o avevano nel cuore la nostalgia per la sabbia il sale o il sole caldo. L’onda d’urto di quello scoppio fece crollare un’intera ala della stazione, investì un treno fermo sulla banchina, distrusse un lungo tratto di pensilina, trenta metri.
Tutti questi numeri riassumono velocemente l’odio di chi ha voluto far cessare ottantacinque innocenti giovani, mature, anziane storie. L’elenco dei loro nomi innocenti è memoria tangibile di un sacrificio inutile, caposaldo immenso di una testimonianza che ci deve essere sempre più cara dinnanzi ad ogni esternazione violenta di quell’odio del terrorismo Nero che ha macchiato tanto il nostro paese. Il loro ricordo deve essere esempio non immobile, ma spinta forte verso ideali antifascisti, affinché non più si possano vedere monumenti creati a commemorare  nuove stupide stragi.
Il ricordo deve esternarsi e concretizzarsi in comportamenti volti ad estirpare i rigurgiti e le comparse carsiche del fascismo. Il ricordo deve volgerci alla giustizia, che è diritto fondamentale di ogni popolo. Il ricordo deve aiutarci a rigettare tutte quelle affermazioni destabilizzanti che vogliono minimizzare la gravità della strage, come le dichiarazioni di Licio Gelli e del suo mozzicone. Le parole e l’ironia becera di chi non ha perso i più cari affetti feriscono chi si trova privato della più grande ricchezza come se fossero un’eco dell’onda d’urto provocata dalla bomba.
Contro queste parole terribili, contro la violenza di chi sfacciatamente continua a non mostrare vergogna o pentimento, noi opponiamo parole fieramente partigiane e antifasciste.

E il nome di Maria Fresu
continua a scoppiare
all’ora dei pranzi
in ogni casseruola
in ogni pentola
in ogni boccone
in ogni
rutto – scoppiato e disseminato –
in milioni di
dimenticanze, di comi, bburp.
(Il Nome di Maria Fresu, Andrea Zanzotto)

Il nome di Maria Fresu è il pungolo del nostro ricordo, il suo nome immateriale – la sua storia oramai senza corpo – risuoni nell’indifferenza di un paese con la memoria disintegrata. I ventiquattro anni di Maria e i tre della sua bambina Angela rimangano perpetui nel suono non conciliante della voce del Poeta e con loro anche le restanti ottantaquattro storie.

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