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La strage di Piazzale Loreto a Milano – 10 Agosto 1944

La strage di Piazzale Loreto fu un eccidio avvenuto in Italia, il 10 agosto 1944 in Piazzale Loreto a Milano, durante la seconda guerra mondiale.

Quindici partigiani furono fucilati da militi del gruppo Oberdan della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti della RSI, per ordine del comando di sicurezza nazista, e i loro cadaveri vennero esposti al pubblico.

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Cosi raccontò questa vicenda il Comandante Partigiano medaglia d’oro al valor militare Giovanni Pesce nel libro “Senza tregua” edito da Feltrinelli.

“Queste idee mi ronzano in testa la mattina del 10 agosto durante la mia sortita quotidiana. Ho sete almeno di notizie ufficiali, in assenza di quelle saltuarie fornitemi dalle staffette del comando. L’ombra degli alberi che proteggono Viale Romagna dal sole mi conduce all’edicola. Ho fra le mani un giornale e sotto gli occhi il comunicato della fucilazione di Piazzale Loreto.

Quindici ostaggi uccisi. Scorrendo febbrilmente l’elenco trovo il nome di Temolo, il capo della cellula della Pirelli, uno dei piú coraggiosi, dei piú bravi. Anche lui c’è cascato.

Da viale Romagna si raggiunge Piazzale Loreto lungo un rettilineo fino in via Porpora e si svolta a sinistra. Dappertutto cordoni di repubblichini: militi dietro militi, sempre piú fitti, sempre piú lugubri. In Piazzale Loreto una folla sconvolta e sbigottita. Si respira ancora l’odore acre della polvere da sparo. I corpi massacrati sono quasi irriconoscibili. I briganti neri, pallidi, nervosi, torturano il fucile mitragliatore ancora caldo, parlano ad alta voce, eccitatissimi per aver sparato l’intero caricatore.

Sbarbatelli feroci, vicino a delinquenti della vecchia guardia avvezzi al sangue ed ai massacri, ostentano un atteggiamento di sfida, volgendo le spalle alle vittime, il ceffo alla folla. Ad un tratto irrompe un plotone di repubblichini, facendosi largo a spinte, a colpi di calcio di fucile e andando a schierarsi vicino ai caduti.

“Via via, circolate,” urlano. Spontaneamente il popolo è accorso verso i suoi morti. Ora la folla, ricacciata, viene premuta fra i cordoni dei tedeschi e dei fascisti. Urla di donne, fischi, imprecazioni.

“La pagheranno!”

I repubblichini, impauriti, puntano i mitra sulla folla.

Dall’angolo della piazza scorgo lo schieramento fascista accanto ai nostri morti. Potrei sparare agevolmente se i fascisti aprissero il fuoco. In quel momento, fendendo la calca, si fa largo una donna: avanza tranquilla, tenendo alto un mazzo di fiori; raggiunge le prime file, vicino al cordone dei repubblichini, come se non vedesse le facce livide e sbigottite degli assassini; percorre adagio gli ultimi passi. Scorgo da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori. I fascisti rimangono annichiliti da quella sfida inerme, dall’improvviso silenzio della folla. La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla. Comincia così un corteo muto, nato come da un improvviso accordo senza parole.

Altre donne giungono con altri fiori passando davanti ai militi per deporli vicino ai caduti. Chi ha le mani vuote si ferma un attimo vicino alle salme mar-toriate. Per ogni mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti.

Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono i timbri alti delle voci. Accanto a me uno bisbiglia: “vede quello lì sulla sinistra? Tentava di scappare. Appena era sceso dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale. Credevamo che ce l’avrebbe fatta. Era già lontano. L’hanno riportato indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L’hanno spinto accanto agli altri, già schierati, in attesa.”

L’ultimo volto che vedo, abbandonando la piazza, è quello di un repubblichino, che ride istericamente. Quel riso indica l’infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta, in cui si dà e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità. In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte.

Loro ridono. Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da un lato la barbarie, dall’altro la civiltà. I cordoni di repubblichini sono sempre fitti. Ad ogni passaggio, ad ogni posto di blocco, mi imbatto nella loro insolenza, nella loro spavalda vigliaccheria: mitra ostentati, bombe a mano al cinturone, facce feroci, lugubri camicie nere.

Ancora una volta, come in Spagna di fronte alla spietata ferocia degli ufficialetti nazisti, si rivelano i due mondi in antitesi, i due modi opposti di concepire la vita.

Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere. Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le nostre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l’assassinio “un esempio.”

La belva ormai incalzata da ogni parte, si difende col terrore”.

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Così Licio Gelli pagò in anticipo i fascisti per eseguire la strage di Bologna

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Dall’inchiesta emerge che il Venerabile della loggia P2 consegnò 1 milione di dollari a luglio sui 5 che servivano per finanziare la strage. Tra i mandanti anche Mario Tedeschi, ex senatore del Msi

Le ultime indagini confermano non solo la matrice fascista, ma anche lo zampino piduista in un tentativo di destabilizzare il paese negli anni successivi alla strategia della tensione.

Ora è emerso che per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 ammonterebbe a circa 1 milione di dollari (sui 5 totali che, la somma che secondo la Procura generale di Bologna, servì a finanziare l’attentato e i successivi depistaggi) l’anticipo consegnato in contanti ad alcuni esecutori della strage del 2 agosto 1980 alla fine di luglio dell’80, pochi giorni prima dell’esplosione nella stazione ferroviaria del capoluogo emiliano.
Gli inquirenti hanno scoperto, nel corso dell’indagine sui mandanti e i finanziatori dell’attentato- nell’ambito della quale è già stato chiesto il rinvio a giudizio di quattro persone (tra cui l’ex esponente di Avanguardia nazionale, Paolo Bellini) – che nei giorni immediatamente precedenti la strage Licio Gelli, un suo factotum e alcuni degli esecutori si trovavano nella stessa località.

Lì, si ipotizza, Gelli (indicato dalla Procura generale, assieme ad Umberto Ortolani, come mandante-finanziatore della strage) o un suo emissario avrebbero consegnato il milione di dollari in contanti agli attentatori. È anche possibile che il ‘prezzo’ della strage, pagato in contanti prima dell’attentato e successivamente con bonifici all’estero, fosse superiore a cinque milioni di dollari, ma il flusso di denaro si arrestò dopo lo scoppio dello scandalo P2, nel marzo del 1981.

Un’altra parte di quei soldi, circa 850.000 dollari, fini’ invece a Federico Umberto D’Amato, ex capo dell’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, ritenuto dalla Procura generale mandante-organizzatore dell’attentato, che secondo l’ipotesi investigativa teneva i contatti con la destra eversiva tramite Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia nazionale che, come risulta da diversi processi, frequentava l’ufficio di D’Amato.
Sempre da quei cinque milioni arrivarono, secondo gli investigatori, anche i soldi che servirono a finanziare il depistaggio a mezzo stampa.
In particolare, gli inquirenti ritengono che una somma andò a Mario Tedeschi – piduista, ex senatore del Msi e direttore del settimanale ‘Il Borghese’, ritenuto uno degli organizzatori della strage per aver “coadiuvato D’Amato nella gestione mediatica dell’evento e nell’attività di depistaggio delle indagini”- perché portasse avanti una campagna depistatoria sul suo settimanale, sostenendo l’ipotesi della ‘pista internazionale’ per l’attentato.

Questa ricostruzione sarebbe provata, tra le altre cose, dal fatto che nel documento ‘Bologna’, sequestrato a Gelli al momento del suo arresto nel 1982, c’è un riferimento a Tedeschi con scritto ‘Artic’, che per gli inquirenti significherebbe ‘articoli’.

Tedeschi, Gelli, Ortolani e D’Amato, comunque, non potranno essere processati, in quanto sono morti da anni, mentre ancora non è stata fissata la data dell’udienza preliminare per Bellini e le altre tre persone coinvolte nella prima tranche dell’inchiesta sui mandanti, vale a dire l’ex generale del Sisde, Quintino Spella, l’ex Carabiniere, Piergiorgio Segatel, e Domenico Catracchia, responsabile delle società, legate ai servizi segreti, che affittavano gli appartamenti di via Gradoli dove, nel 1981, trovarono rifugio alcuni appartenenti ai Nar.

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Piazza Almirante e Berlinguer. Non è una fake

L’oltraggiosa decisione da parte del consiglio comunale di Terracina. La protesta dell’Anpi cittadina

b1-1Al grande libro degli oltraggi, oggi particolarmente di moda, si aggiunge una pagina del tutto nuova. Una pagina nera. Letteralmente. Si chiama “Piazza Almirante e Berlinguer”. Non è una fake. È la mozione approvata dal consiglio comunale di Terracina (Latina) per intitolare il piazzale antistante Villa Tommasini. 12 a favore, 8 astenuti, un voto contrario. In giunta, una lista civica con persone di Fratelli d’Italia. A nulla sono servite le ripetute prese di posizione dell’Anpi cittadina per contrastare questa decisione. Nell’ultima, in data 24 luglio, è scritto fra l’altro che “dedicare una piazza pubblica a Giorgio Almirante vuol dire celebrarlo e celebrare il fascismo. Consentire la celebrazione di Giorgio Almirante significa disattendere e violare il dettato della Costituzione”. E ancora, in un’altra nota: “Non si può parlare di senso dello Stato riferendosi a chi ha aderito fino alla fine ad una dittatura che ha caratterizzato il periodo peggiore del nostro Paese”; “un fascista è sempre un fascista, e nel nostro paese non può e non deve, come sottolinea anche la legge, esserne tramandato l’esempio”.

C’è da aggiungere che accostare questo nome a quello di Enrico Berlinguer ne segna una stomachevole violazione della memoria. È evidente che dietro tale scelta c’è l’idea miserabile di legittimare un’intera storia, quella del fascismo, attraverso l’equiparazione di due figure diametralmente opposte e inconciliabili, simbolo l’una del ventennio e della persistenza del fascismo nel secondo dopoguerra, e l’altra della lotta per l’attuazione della Costituzione e del contrasto irriducibile ed irreversibile ad ogni fascismo ed autoritarismo.

È il sudario di una presunta “definitiva pacificazione nazionale” (così definita dal consigliere Giuseppe Talone di Fratelli d’Italia, già candidato nel 1993 per il Msi), che mette nello stesso mazzo perseguitati e persecutori, vittime e carnefici, fascisti a antifascisti, razzisti e antirazzisti. La prossima sarà piazza Mussolini e Gramsci?

È superfluo ribadire le ben note responsabilità di Giorgio Almirante nel ventennio: dalle sue parole sul periodico “La difesa della razza”, di cui era segretario di redazione, al famoso bando da lui sottoscritto che minaccia la pena di morte “mediante fucilazione alla schiena” per i renitenti alla leva di Salò; ed anche le sue responsabilità successive, e cioè l’aver guidato per decenni il Msi, partito che incarnava la continuità col disciolto partito fascista. “Piazza Almirante e Berlinguer” è il compendio, l’epitome, di una serie di episodi di forzata rivalutazione del fascismo che oramai da anni avvelenano la vita pubblica dell’Italia.

È un evento orribile per Terracina, ma in realtà per tutto il Paese. Davanti ad uno sfregio alla coscienza civile degli italiani non ci possono essere mezze tinte. C’è bisogno di una voce unica e unita di tutte le forze democratiche antifasciste, c’è bisogno urgente di una scelta di parte, la parte della repubblica democratica e della Costituzione antifascista.

di Gianfranco Pagliarulo da Patria Indipendente

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La vergogna della mobilitazione del fronte negazionista nel quarantesimo della strage di Bologna.

LA VERGOGNA DELLA MOBILITAZIONE DEL FRONTE NEGAZIONISTA NEL QUARANTESIMO DELLA STRAGE DI BOLOGNA , TRA LORO IL CONDANNATO LUIGI CIAVARDINI, GRUPPI NEOFASCISTI E NEONAZISTI, ESPONENTI DELLA DESTRA E DEI CINQUE STELLE.

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​Il prossimo 2 agosto, senza vergogna e per la prima volta, proprio in occasione del quarantesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna, si mobiliterà in diverse piazze italiane un arco di negazionisti composito (dal comitato “L’ora della verità sul 2 agosto 1980” all’associazione ’La verità su Ignoto 86”) per contestare una verità storica e giudiziaria ormai consolidata sulla matrice fascista dell’attentato.

L’evento principale dovrebbe svolgersi in piazza del Popolo a Roma. Tra i più attivi, autore di un appello, anche Luigi Ciavardini, condannato definitivamente per la strage in concorso con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, affiancato da gruppi di neofascisti come La Rete e Forza nuova, nonché neonazisti come gli ultras dell’Hellas Verona.

Le tesi sostenute per scagionare i fascisti sono le stesse che furono messe in atto dalla P2 per proteggere i Nar, inventando fantomatiche piste internazionali, archiviate tutte come inconsistenti dalla magistratura. Il tutto mentre, proprio in questi mesi, si sono concluse le ulteriori indagini della Procura generale di Bologna che ha rinviato a giudizio come complice una altro neofascista, Paolo Bellini, e individuato come mandanti della strage proprio i vertici della loggia gelliana, riscontrando il flusso di denaro (quasi 15 milioni di dollari) utilizzati per pagare gli esecutori dei Nar e sostenere campagne depistatorie.

Suscita sconcerto, in questo quadro, un convegno negazionista promosso in Senato con la partecipazione del vicepresidente del Copasir, Alfredo Urso, di esponenti parlamentari di Forza Italia, ma soprattutto dei Cinque stelle, a dimostrazione di come questo partito sia un coacervo confuso e indistinto, con al proprio interno personaggi di destra decisamente impresentabili.

da Osservatorio democratico sulle nuove destre

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10-02-2020 “Giorno del Ricordo”

                                                                                                                                                                        IMG-20200207-WA0003Negazionismo e revisionismo oltre ad essere inaccettabili e vergognose sono paradossali. Siamo al ribaltamento della realtà. L’unica vera operazione di revisionismo, in corso ormai da anni, è la strumentalizzazione del “Giorno del Ricordo”. Questa sì è un’operazione revisionista, sponsorizzata dalle forze di estrema destra in Italia.

 

Nel periodo del Giorno del Ricordo, tutti gli anni, viene fatta una lettura parziale e ideologicamente orientata della storia. Non si può parlare del dramma delle foibe senza inserirlo nel contesto storico.

Carlo Azeglio Ciampi, il presidente della Repubblica che promulgò la legge istitutiva del Giorno del Ricordo, nel 2005 emise un comunicato nel quale rivolse il proprio pensiero “a coloro che perirono in condizioni atroci nelle Foibe (…) alle sofferenze di quanti si videro costretti ad abbandonare per sempre le loro case in Istria e Dalmazia”, aggiungendo: “Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi totalitari responsabili del secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono”.

Comprendere la storia e i drammi del ‘900, respingere ogni tentativo di legittimazione del fascismo e della sua propaganda, ricordandone i crimini spesso taciuti.

Noi ricordiamo tutto: l’occupazione fascista dei territori istriani ed ex-jugoslavi, la ventennale dittatura, le politiche coloniali con cui si costrinsero le popolazioni a processi di italianizzazione forzata, l’odio razziale, le esecuzioni sommarie, gli incendi di interi villaggi, le operazioni squadriste, i campi di concentramento fascisti.

Mentre ogni anno si parla solo di foibe, in pochi in Italia, hanno mai sentito parlare, ad esempio, del campo di concentramento di Rab, oggi località turistica, ma 70 anni fa lager fascista nel quale persero la vita migliaia di civili jugoslavi, bambini compresi.

Non cedere ad una ricostruzione parziale ma contribuire a far conoscere ad un vasto pubblico le atrocità commesse dai fascisti italiani in Ex-Jugoslavia è il nostro obiettivo.

Guerra, violenza e morte seminate dal fascismo in tutta Europa non possono essere rimosse con un colpo di spugna, con i libri di Pansa o con i giorni del ricordo parziale.

A supporto di queste considerazioni, invitiamo all’approfondimento della complessa vicenda istriana e jugoslava e alla visione, tra i tanti materiali disponibili anche online, del documentario “Fascist Legacy” realizzato qualche anno fa dalla BBC, un utile contributo per non cadere nelle semplificazioni e nelle forzature revisioniste che l’estrema destra porta avanti da anni.

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 Bambini e un adulto prigionieri nel campo di concentramento fascista sull’isola di Rab (Croazia)

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27 gennaio “Giornata della Memoria”

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di | gennaio 23, 2020 · 1:38 pm

L’Ur-fascismo

Fascismo eterno

Nel 1995 Umberto Eco pubblicò una sua interessante analisi circa le caratteristiche metastoriche del fascismo (“Ur-fascismo”), cioè quegli elementi che possono definire il fascismo come tendenza politica, sociale, culturale in qualsiasi epoca successiva a quella del fascismo.
Il titolo del libro che pubblicò è “Il fascismo eterno”.

È possibile fare un riassunto dei quattordici punti che, per il grande semiologo, caratterizzano l’Ur-fascismo.

1) Tradizionalismo
La Verità è già stata annunciata in un qualche passato; dunque la saggezza è contenuta nell’interpretazione di quella Verità originaria. Si possono mescolare in modo sincretico le interpretazioni della Verità, ma non si può metterla in dubbio. Da questa Verità discendono Valori tradizionali.

2) Rifiuto del modernismo
Se la Verità è già stata rivelata, ogni elemento che la contrasta è da respingere, anche se questo confligge con la razionalità o con le evidenze logiche e scientifiche. L’Ur-fascismo è irrazionalista.

3) Azione, non pensiero
La cultura è guardata con sospetto, perché porta ad atteggiamenti critici. L’ignoranza è migliore, perché non porta verso l’abbandono dei valori tradizionali. L’azione, contrapposta al pensiero, è quindi un Valore dell’Ur-fascismo.

4) Rifiuto della critica
Stanti le tesi precedenti, non è ammissibile alcuna critica verso chi è portavoce della Verità. Il disaccordo è tradimento.

5) Razzismo
Gli intrusi sono incompatibili con l’Ur-fascismo; è necessario trovare il consenso alimentando la paura della diversità e questo genera il razzismo.

6) Appello ai frustrati
L’Ur-fascismo proviene dalla frustrazione individuale o sociale; è nelle classi sociali frustrate e impaurite che esso ricerca il consenso.

7) Nazionalismo
L’Ur-fascismo dà una identità nazionale a coloro che non hanno una identità sociale. I seguaci devono sentirsi assediati da un complotto, che in genere è internazionale, ma può avere anche cospiratori interni.

8) Nemici
L’identità nazionale ha bisogno di nemici, la cui forza e la cui ricchezza devono far sentire umiliati i seguaci dell’Ur-fascismo.

9) Vivere per lottare
Non si lotta per vivere, è vero il contrario. I nemici devono essere sconfitti: questo è lo scopo del vivere. Quindi chi vuole la pace è un traditore.

10) Leader
I seguaci dell’Ur-fascismo appartengono al popolo migliore del mondo, ma devono essere guidati da un uomo forte, senza il quale sarebbero deboli, e la debolezza è meritevole di disprezzo.

11) Eroi
Dal momento che si vive per lottare, chi lotta disprezzando o ricercando la morte è un essere eccezionale: un eroe.

12) Machismo
Poiché è difficile essere un eroe e vivere per lottare, la volontà di potenza dei seguaci si trasferisce sulle questioni sessuali. Non viene tollerata l’omosessualità e la donna è un oggetto di piacere o una fattrice.

13) Populismo
Il popolo è visto come una entità monolitica. La risposta emotiva di un gruppo selezionato viene presentata come la “voce del popolo”.

14) Neolingua
L’Ur-fascismo parla una lingua basata su di un lessico povero e ripetitivo, nonché su di una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento critico e complesso.

Umberto Eco scrisse, per presentare la sua opera: “Ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l”Ur-Fascismo’, o il ‘fascismo eterno’. L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. (…) Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo.” 

Adoperiamo dunque il nostro spirito critico.
Quali di questi quattordici elementi sono presenti nella politica e nelle convinzioni oggi?

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Provocazione fascista ai danni del PD di Senago. Comunicato di solidarietà dell’ANPI

Bandiera Anpi 4

All’inizio del nuovo anno, ormai a poca distanza dalle elezioni politiche e regionali, una presenza fascista si è mostrata in Senago col tentativo di forzare la sede del PD locale, e segnare il simbolo del fascio con sigilli e adesivi sulle porte d’ingresso. Violenza nei gesti, imposizione di una visione brutale della società. ANPI Senago depreca l’accaduto, esprime solidarietà al PD, auspica che l’amministrazione comunale vieti la presenza nel suo territorio di gruppi antistorici e che vanno contro i principi della Nostra Costituzione.

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Ancora una volta i fascisti a Senago

Casapound a Senago

Domenica 14 gennaio i “fascisti del terzo millennio” di Casapound hanno potuto aprire un gazebo a Senago, presidiato da una loro squadra.

Gli squadristi hanno distribuito volantini che chiedono una politica razzista della nostra Repubblica.

Dopo la reiterata presenza di Forza Nuova, altro partitino fascista attivo in Italia, Senago deve sopportare un nuovo affronto alla democrazia, di cui i fascisti si dichiarano nemici.

Il Consiglio Comunale di Senago approvò qualche anno fa una mozione che impegnava il Comune a vietare gli spazi pubblici a chi propaganda odio e razzismo ed a chi si ispira al fascismo.

L’attuale Amministrazione non si è curata dell’impegno preso, come la passata Amministrazione, del resto.

La presenza fascista in piazza a Senago può essere collegata alla recente provocazione che ha preso di mira la sede del Partito Democratico: una tentata effrazione, “firmata” da adesivi fascisti.

È evidente e non è nuovo il tentativo dei fascisti di colonizzare il territorio di Senago, con lo scopo di suscitare consenso attorno alle loro agghiaccianti tesi razziste.

L’Anpi, esprimendo solidarietà al Partito Democratico, vittima della provocazione fascista, denuncia con sdegno e preoccupazione l’occupazione del suolo pubblico senaghese da parte di un’organizzazione che si autodefinisce fascista e chiama alla vigilanza i democratici e gli antifascisti, le forze politiche e le associazioni democratiche.

Non si può lasciare senza risposta il tentativo di portare a Senago la barbarie razzista del passato.

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La destra è un pericolo per il Paese

Il fascismo è un crimine

Il fascismo ormai è stato sdoganato, in Italia, da decenni di ammiccante noncuranza, di rimozione del passato, di opportunismo politico, di compiacente fiancheggiamento.

Così, è ormai passata l’assurda idea che anche il fascismo è un’idea politica e allora chi la professa deve avere la possibilità di manifestarla. Tanto che le organizzazioni fasciste possono presentarsi alle elezioni della Repubblica Italiana.

Invece, la stessa esistenza di organizzazioni che si richiamano al fascismo è contro le leggi vigenti; ma purtroppo il clima politico ha reso possibile, paradossalmente, un’interpretazione delle leggi (Scelba, Mancino) che le nega.

La Costituzione è chiarissima, nelle Disposizioni Finali che vietano la ricostituzione del Partito Fascista “sotto qualsiasi forma”. Ma anche la Carta Costituzionale è disattesa: organizzazioni come Casapound, Forza Nuova, Lealtà e Azione possono tranquillamente esercitare la loro attività politica, fatta di odio, sopraffazione e violenza. E possono svolgere la loro attività finanziaria.

Una recente inchiesta de “l’Espresso” ha rivelato impressionanti particolari relativi al modo in cui la destra fascista si procaccia i fondi necessari alla propria azione: un intreccio di affari poco chiari che attraversa l’Europa ed il nostro Paese permette a queste organizzazioni di arricchirsi.

Inoltre, gli avvenimenti di Ostia, dove una famiglia in odore di mafia ha dato il proprio appoggio a Casapound in occasione delle elezioni amministrative, fanno capire che, per entrare nelle istituzioni, i fascisti non si fermano davanti a nulla e che possono accordarsi con la criminalità organizzata.

Fino a dove dovrà arrivare l’infiltrazione della destra e della malavita nelle Istituzioni?

Non si può più rimandare lo scioglimento di tutte le organizzazioni che si richiamano al fascismo.

Sono un pericolo per tutto il Paese.

La Repubblica ha dimostrato di non avere gli anticorpi democratici per difendersi dalle infiltrazioni nelle proprie istituzioni: la mafia entra nei Consigli Comunali e la corruzione dilaga. Vogliamo trovarci domani con i fascisti che riprendono il potere, sia pure “democraticamente”?

Gli antifascisti devono impedirlo.

Il fascismo non è un’opinione. È un crimine.

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