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L’antifascismo non è un dettaglio. No al nome di Franco Servello al Famedio.

Partigiani sempre

Il fatto è semplice. A Milano c’è il Cimitero Monumentale, che raccoglie anche tombe di uomini e donne illustri e ricorda persone che hanno “illustrato” Milano e non solo, pur se sono seppelliti in altri luoghi (qualche nome: Boito, Catalani, Cremona, Giussani, Hayez, Horowitz, Manzoni, Marinetti, Medardo Rosso, Toscanini e, più di recente Alda Merini, Franco Parenti, Giovanni Pesce e molti altri). Proprio all’ingresso del Cimitero c’è il “Famedio”, luogo dedicato al ricordo di personalità illustri, anche solo con un’iscrizione.

Dal 2010 il Comune di Milano, ha creato un’apposita Commissione del Consiglio, con rappresentanti di tutti i gruppi, per scegliere le persone che dovranno essere iscritte, ogni anno, in occasione del 2 novembre. Anche in questo caso, i nomi sono parecchi e basterà citarne solo alcuni, accanto a quelli dell’elenco sopra indicato: Leo Valiani, Aldo Aniasi, Onorina Brambilla Pesce, Giovanni Pesce, Laura Conti, Claudio Sommaruga, etc. Quest’anno la Commissione si è riunita e, all’unanimità, ha deciso di iscrivere 29 persone e in un elenco speciale, 14 donne. Ci sono Presidenti di ordini professionali, artisti di rilievo come Ronconi, medici, imprenditori. Tra le donne Fiorella Ghilardotti (prima donna Presidente di Regione), Angelica Balabanoff (politica), Maria Montessori (educatrice), Maria Grazia Cutuli (giornalista assassinata dai terroristi in Afghanistan). Fin qui nulla da dire.

Ma poi c’è anche il nome di Franco Servello (politico), che lascia veramente di stucco. Servello è stato un esponente del Movimento Sociale italiano e Senatore, per il suo partito. Ha coperto cariche pubbliche nel MSI, non ha mai rinnegato di essere stato fascista. Una cronaca dell’epoca riporta una foto del suo funerale, in cui appaiono non pochi saluti romani. Dunque, non avendo fatto nulla di eccezionale, neppure nell’esercizio delle funzioni parlamentari, allora bisogna dire che è stato inserito per “meriti fascisti”. Altrimenti, si potrebbero iscrivere tutti i parlamentari e politici, purché non siano finiti in carcere.

E’ un segno dei tempi. Naturalmente l’ANPI e l’ANED hanno vivamente protestato. Ed altrettanto naturalmente è apparso un articolo su “Il Giornale” in cui si parla di “odio che non passa”, di una sinistra che vive di logoro antifascismo, di pagine della storia d’Italia che l’ANPI vuole stracciare. Ci vuole un po’ di coraggio a scrivere certe cose, ma lasciamo stare, tanto non riusciremo mai a far capire a chi non vuol capire che l’odio non c’entra per nulla e che in gioco sono soltanto la storia e la dignità di un Paese. Il fascismo è stato quello che sappiamo: dittatura, orrori, persecuzioni razziali, morte. Non può essere considerato meritorio averne fatto parte, per la semplice ragione che la storia è andata in un’altra direzione, ha vinto la Resistenza, è nata la Repubblica, la Costituzione fondata su valori tutti contrari all’ideologia ed alla pratica fascista. Non c’è bisogno di argomentare a lungo su questo.

Lo sforzo per arrivare ad una “memoria condivisa” dovrebbe passare per altre vie, oggi ancora improponibili: e la prima tappa dovrebbe essere quella del riconoscimento della Storia, del rifiuto del fascismo e della dittatura, della straordinaria importanza della Resistenza e della Liberazione. Non siamo ancora arrivati ad una memoria “collettiva”, fondata sul comune riconoscimento almeno dei fatti principali; figurarsi se possiamo pensare ad una parificazione tra chi combatteva e si impegnava per la dittatura e chi dedicava la sua vita alla libertà del Paese.

Ma la riflessione principale deve essere un’altra: come è possibile che in una città democratica come Milano, che si gloria di una Medaglia d’oro per la Resistenza, una Commissione comunale decida una simile cosa e per di più all’unanimità? Nessuno dei componenti si è reso conto che così si reca uno sfregio ai tanti nomi degni e davvero illustri ricordati nel Famedio e si accredita una visione storica improponibile? E non è intervenuta la Giunta, né il Sindaco. Nessuno si è opposto, o ha protestato, al di fuori delle Associazioni di cui ho detto.

Questo è il vero dramma di questo Paese, che possano accadere cose del genere in una città democratica e non ci sia una reazione. So benissimo che moltissimi non saranno d’accordo con quella iscrizione; e sono convinto che neppure il Sindaco la gradirà. Ma si tace, e tutto passa in una sorta di indifferenza generale. Come a dire: “con tutto quello che succede, nel mondo e in Italia, che volete che sia?”. E ancora più grave è il non capire che così si è ragionato negli anni venti, quando nasceva il fascismo, così si è ragionato nel ’46, invece di fare una vera epurazione e rinnovare completamente il tessuto democratico della struttura dello Stato.

Se oggi fioriscono gruppi neofascisti, se ancora siamo costretti a vedere i saluti romani e i simboli fascisti (e giustamente non li tolleriamo), è per questa disaffezione alla partecipazione, questo modo di sottovalutare fatti che sembrano modesti, ma in realtà hanno un significato di assai maggior peso di quanto si pensi. Quando diciamo che questo Stato non è ancora diventato davvero antifascista, alludiamo a questi esempi, che sono tanti e che non sono più accettabili.

Bisogna che le coscienze si risveglino e si compia un salto di qualità nell’impegno democratico. Senza del quale, finiremo davvero, assai tristemente, nella palude di un Paese senza storia e senza valori. Sia chiaro, una volta per tutte, perfino a certa stampa (se ci riesce) che non stiamo fomentando odi o rancori; pretendiamo soltanto che la storia sia rispettata e accettata per quello che ci racconta e ci descrive, soprattutto delle nostre pagine migliori.

Rivolgiamo una sollecitazione, forte, a coloro che cedono ai compromessi in nome dell’unanimità, a coloro che tacciono, a coloro che non si indignano: chiediamo partecipazione, fedeltà ai princìpi ed ai valori ed infine rispetto per coloro che meritano davvero di essere ricordati e per i quali il doveroso ricordo non deve essere umiliato e svilito. Mentre il rispetto per ogni defunto come tale è, ovviamente, fuori discussione.

di Carlo Smuraglia Presidente dell’Anpi Nazionale

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Il neofascismo e lo Stato: breve cronaca di un assurdo.

Forte contrasto dell’ANPI e dei Sindaci alla manifestazione di CasaPound; ma alla fine lo Stato non interviene.

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E’ nei primi giorni del mese che si viene a sapere di due iniziative: una “tre giorni” promossa da Forza Nuova a Cantù; la festa di CasaPound a Milano. “Anche questo 2015, il Campo Solare di Cantù vedrà le bandiere di Fn stagliarsi nel cielo settembrino”, recita il blog milanese dell’organizzazione di estrema destra.

CasaPound, non da meno, promuove la sua iniziativa negli stessi giorni: dall’11 al 13 settembre.

La reazione antifascista è immediata: il Presidente dell’Anpi nazionale Carlo Smuraglia scrive alle più alte cariche dello Stato chiedendo un intervento immediato perché Milano, Medaglia d’Oro alla Resistenza, non subisca l’oltraggio, l’Anpi di Milano promuove per l’11 settembre un presidio alla Loggia dei Mercanti, il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia pone il veto alla manifestazione dei “fascisti del 2000”.

In fuga da Milano, quelli di CasaPound chiedono ospitalità a Castano Primo, in provincia della metropoli lombarda, ma lo fanno per interposta associazione sportiva di copertura, sicché il Sindaco, ignorando la natura dei sedicenti festaioli, concede l’area. Ma quando, poco dopo, scopre l’arcano, dichiara: “siamo stati raggirati”. E, a sua volta, ritira il permesso. Intanto l’Anpi promuove un presidio di protesta anche a Castano Primo. Siamo al 12 settembre. Il Prefetto conviene col Sindaco di Castano.

Intanto il Presidente del Senato Laura Boldrini risponde alla lettera di Smuraglia dichiarando la sua impotenza dal punto di vista istituzionale, ma concordando pienamente dal punto di vista politico con le posizioni dell’Anpi.

Dopo tutto ciò, davanti alle iniziative dell’Anpi nazionale e Milanese, davanti al netto rifiuto dei due Sindaci, davanti al rigetto generalizzato dell’opinione pubblica, CasaPound, minacciando improbabili occupazione di Piazza Duomo a Milano, svolge comunque la sua festa a Castano Primo davanti ad un nutritissimo schieramento di forze dell’ordine che, però, non fanno nulla per impedire lo svolgimento – pur vietato – della manifestazione. Non c’era – va da sé – l’ordine di intervenire.

A questo punto ci si chiede come mai, davanti ad una conclamata, reclamata e ostentata violazione dei divieti da parte dell’organizzazione neofascista, il Ministro dell’Interno, ma più in generale lo Stato, non abbia risposto, se non in modo tremolante e subalterno.

da Patria Indipendente. (periodico dell’Anpi Nazionale)

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10 agosto 1944 Milano. Eccidio di Piazzale Loreto.

Piazzale Loreto – Lunedi 10 agosto – ore 21:00

Manifestazione antifascista

11012988_10206437181041099_1698039825594520722_n Il 10 agosto 1944
un plotone della legione Muti, per ordine della sicurezza
nazista, fucilò 15 Partigiani in Piazzale Loreto.
Le loro colpe: non pensare fascista e difendere gli impianti
industriali che i nazisti volevano trasferire in Germania, depredando così la struttura economica del nostro Paese.
A questi 15 Partigiani, come a tutti i Partigiani, dobbiamo 70 anni di pace, democrazia e libertà.

Nel 71° Anniversario, il Comitato Permanente Antifascista invita i cittadini milanesi a partecipare al ricordo, testimoniando così la propria fede negli ideali per cui diedero la vita i 15 Martiri. -

Antonio Bravin – Giulio Casiraghi – Renzo Del Riccio – Andrea Esposito Domenico Fiorani – Umberto Fogagnolo – Giovanni Galimberti –
Vittorio Gasparini – Emidio Mastrodomenico – Angelo Poletti – Salvatore Principato Andrea Ragni – Eraldo Soncini – Libero Temolo – Vitale Vertemati

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Il governo “fascista” di Tambroni del luglio 1960, la reazione popolare, i caduti e gli insegnamenti della vicenda.

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Ricorre proprio oggi il 55° anniversario degli eventi del luglio 1960, quando, a fronte della formazione di un Governo presieduto dal democristiano Tambroni e appoggiato anche da appartenenti al Movimento Sociale Italiano (cioè da fascisti, per chi non conosce o non ricorda quella vicenda) gran parte della popolazione italiana insorse.

La CGIL di Reggio Emilia dichiarò uno sciopero generale e vi furono grandissime manifestazioni in molte città, purtroppo contrastate da violente cariche della polizia, con risultati nefasti soprattutto a Reggio Emilia (5 morti) a Palermo (4 morti e decine di feriti), a Catania (un morto), a Licata e altrove.

Questo anniversario deve consacrare il ricordo imperituro di quei martiri e soprattutto dei più noti, a livello nazionale ( a loro sono state dedicate una poesia e una canzone) i cinque di Reggio Emilia (Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Afro Tondelli, Emilio Reverberi), i feriti di Reggio Emilia, (non solo quelli portati negli ospedali, ma anche quelli che le ferite se le curarono a casa per non farsi identificare) e quelli di Palermo, (che si ricorderanno domani in una grande manifestazione antifascista), quelli di Catania, di Licata, vittime di una violenza poliziesca, che non fu spontanea ma organizzata e in qualche modo determinata dal Governo.

Ma accanto al doloroso ricordo, come sempre, si impone la riflessione.

Anzitutto sul tentativo, allora inedito, di comporre un Governo con personaggi dichiaratamente fascisti. Fu una delle tante prove per contrapporsi alla volontà popolare che si opponeva a governi di destra ed ancora di più a “governi fascisti”. Il fatto era gravissimo, di per sé e giustamente come tale fu accolto; così come fu ritenuta una vera e propria provocazione la convocazione di un Congresso del MSI, in quel periodo, proprio a Genova, città da sempre antifascista e medaglia d’oro della Resistenza.

La reazione fu dunque molto forte e contemporanea in varie città. Solo a Reggio Emilia, si parla di circa ventimila persone in piazza; ma altrettante ce ne furono a Genova, a Roma, a Palermo.

Dunque, un moto popolare grandioso, a fronte del quale il Governo Tambroni fu costretto a dimettersi, riconoscendo il fallimento di quell’ignobile tentativo.

Va anche considerata la gravità della reazione poliziesca, indotta, peraltro, da una dichiarazione improvvida del Presidente Tambroni, che consentiva di aprire il fuoco “in situazioni di emergenza”. Bastò questo per mobilitare la Celere, che da Padova si recò a Reggio Emilia, appositamente per contrastare la manifestazione e che si comportò secondo la “direttiva” del Governo: si sparò, e si sparò ad altezza d’uomo; si sparò con una violenza inaudita (centinaia di colpi di mitra, di moschetto e di pistola). Non mancarono le conseguenze, anche giudiziarie, che investirono le responsabilità sia di alcuni esponenti della polizia, sia di un certo numero di manifestanti, accusati di aver scagliato pietre contro le forze dell’ordine.

Ci fu un processo, per i fatti di Reggio Emilia, trasferito a Milano per “legittima suspicione”; il processo si protrasse a lungo, seguito attentamente e in modo continuativo da tanti cittadini e compagni di Reggio Emilia che, ogni giorno, si trasferivano a Milano. Ma i risultati, se furono in qualche modo accettabili per quanto riguarda i manifestanti imputati, furono assolutamente negativi perché gli esponenti delle Forze dell’Ordine – ritenuti responsabili, anche sulla base di alcune foto e di varie testimonianze – furono pienamente assolti.

Resta dunque la memoria storica della vicenda e soprattutto di quel grande moto di rivolta antifascista di intere città, contro lo scandaloso Governo promosso da Tambroni; un moto che deve esserci di monito, per essere sempre pronti a reagire quando dalle manifestazioni pur plateali di fascisti (da contrastare sempre) si passa addirittura alla formazione di Governi autoritari; o quando la sfida alla democrazia viene portata ad un livello troppo alto, perché non si faccia di tutto per sconfiggerla (basta ricordare la strage di Piazza Fontana, a Milano, di netta marca fascista e la reazione immediata dei lavoratori di Sesto San Giovanni e di Milano che espressero, in occasione dei funerali delle vittime, la loro chiara convinzione sull’origine di quel massacro e la loro ferma opposizione ad ogni tentativo di stravolgere con la violenza la democrazia nel nostro Paese).

Tutto questo verrà ricordato oggi, a Reggio Emilia, domani a Palermo e in altre città; ma va fatto conoscere e considerato come un ammonimento per ciascuno di noi, perché i pericoli sono sempre alle porte e dunque bisogna essere vigilanti e pronti.

Devo aggiungere che ho personalmente partecipato, come avvocato di parte civile, al processo di Milano per i fatti di Reggio Emilia ed unisco al ricordo affettuoso dei caduti e dei loro familiari, quello della meravigliosa solidarietà che allora fu manifestata da tanti cittadini di Reggio Emilia, non solo con l’intervento pressoché quotidiano alle udienze, ma anche con l’appoggio e l’assistenza ai difensori, in mille altre forme, che rivelavano una straordinaria partecipazione ed una particolarissima sensibilità politica.

Anche questa è la lezione di allora, tanto più valida e forte quanto più vengono alla luce, in questa fase disgregata della vita nazionale, egoismi, personalismi, indifferenza e rassegnazione.

Questo ci dicono le vicende di 55 anni fa; non dimentichiamo né i caduti, né tanto meno gli insegnamenti che da esse devono essere tratti; e facciamoli conoscere a chi si affaccia ora alla vita associata e alla così detta “cittadinanza attiva”.

Carlo Smuraglia  Presidente Nazionale ANPI

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► La questione “(im)morale” e la questione “politica”

art-1-costituzioneNel numero 166 del 16 giugno scorso di questa Newsletter, ho scritto una nota intitolata “Basta!” e dedicata alla questione morale. Di fronte agli scandali, alla corruzione sempre più diffusa, alle altrettanto diffuse manifestazioni di illegalità, ponevo un problema (per me) fondamentale, quello cioè di cambiare non tanto le leggi, che ci sono e basterebbe rispettarle, quanto i comportamenti di tutti, a cominciare dai partiti, da coloro che rivestono cariche elettive pubbliche o funzioni di governo, fino ai comuni cittadini. E sostenevo che bisognava ripartire dalla “tolleranza zero”, cioè non solo dall’assoluto rispetto della legge (art. 54 della Costituzione), ma anche dall’osservanza di tutto ciò che è imposto dalla  morale corrente e dal comune sentire di un Paese civile. Per questo, il “Basta!” del titolo.

Sono stato subito “accontentato”: basta fare qualche esempio.

Partiamo dall’incredibile pasticcio creato dall’elezione di De Luca a “Governatore” della Campania. Un pasticcio previsto e prevedibile perché la condizione di De Luca era nota ed altrettanto lo era la Legge Severino. Candidarlo e sostenerlo significava affrontare un garbuglio indecoroso ed inaccettabile, come ora si sta dimostrando. Tentennamenti e incertezze anche da parte del Governo: alla fine si decide per il decreto di sospensione; ma lo stesso Presidente del Consiglio si affretta a dire che De Luca potrà ricorrere e potrà compiere gli atti che riterrà possibili e leciti.

E De Luca, che si è candidato e non si è mai arreso, non si arrenderà neppure questa volta; intendeva presentarsi in Consiglio regionale, e chissà quali atti pensava di compiere: poi ci ha ripensato, pare (sto scrivendo di sabato e la seduta sarà lunedì).

Certo è che tutto questo era annunciato e si conosceva. Perché allora sostenere un candidato in queste condizioni? Per fare una prova di forza? Per arroganza? Per la teoria già diffusa e pubblicizzata da Berlusconi che il popolo ha sempre ragione e se ha eletto una persona, questa diventa intoccabile, anche dalla legge? Difficile pronunciarsi su ciò che induce a certi comportamenti anche organi di Governo e dirigenti di partito; ma è lecito dire che tutto questo è scandaloso; il cittadino “comune” sa che c’è una legge Severino, approvata da tutti i maggiori partiti e pensa che non ci sia altro da fare che applicarla.

Sbaglia per semplicismo, ma attenzione (!), se si accorge del suo errore, finisce per pensare che la legge c’è solo per alcuni, e per altri non vale, e utilizza lo strumento di cui dispone nel modo più negativo: non va a votare. E’ questo che vogliamo? E’ questo che occorre alla democrazia di un Paese, che richiederebbe rispetto della legge da parte di tutti e partecipazione convinta dei cittadini alla cosa pubblica?

Proseguiamo: scoppia a Roma uno scandalo colossale (si parla ormai comunemente di “Mafia Capitale”). Bisogna far pulizia e non deve essere solo la Magistratura a farlo, ma devono essere i partiti, il Parlamento, il Governo. Bene: c’è un sottosegretario, “coinvolto” in qualchemodo nello scandalo. Mi auguro sinceramente che risulti innocente, ma considero doveroso che si dimetta dalla carica pubblica, oppure che venga invitato a dimettersi. Non si dimette;c’è una mozione di sfiducia per indurlo a dimettersi; dovrebbe approvarla tutto il Parlamento;e invece no, il sottosegretario viene “salvato” da una maggioranza anomala, che va da Forza Italia fino al Partito Democratico.
Il cittadino non ha di che essere soddisfatto, soprattutto se rilegge l’art. 54 della Costituzione, in tutte le sue parti.

Ma non è finita. Alla guida del Comune di Roma c’è un Sindaco le cui qualità, come tale, in una città difficile e complessa, non sta a noi giudicare; ma è pacificamente e da tutti ritenuto onesto ed estraneo a tutte queste scandalose e vergognose vicende che hanno avviluppato Roma e il suo Comune in un abbraccio spaventoso, fatto di un misto di delinquenza, corruzione, arroganza, mafia. Ma è lui, la persona perbene che se ne deve andare, secondo alcuni, pochi o molti che siano. Che lo pretendano i partiti che pensano di guadagnare qualche posto per eventuali elezioni è possibile e comprensibile; che lo pensi il Partito che lo ha indicato, lo ha appoggiato, in qualche modo lo ha fatto vincere, è stupefacente.

Naturalmente non si tratta di tutto il Partito, perché ad esempio, il Commissario che il PD ha nominato per gestire la vicenda romana, soprattutto per ciò che attiene –appunto- alla sua organizzazione politica, sostiene Marino e pensa che debba restare al suo posto, magari aiutato e consolidato con una Giunta più autorevole e più qualificata, per governare questo immenso pasticcio che è la città metropolitana, Capitale d’Italia. Ma non sembra pensarla così il Capo di quel partito, che parla quasi con “distacco” del Sindaco, lasciando a lui ogni responsabilità di decisione, tanto da far pensare a tutta la stampa che se ne voglia sbarazzare appena possibile (dopo l’estate?); intanto, già due o tre consiglieri (del PD) si autosospendono, quasi a suggerire un percorso.

Così il cittadino – che ragiona in modo semplice, con una logica elementare – conclude: resta al suo posto il “coinvolto” ( ripeto, spero che lo sia solo formalmente e risulti poi innocente) e deve avviarsi verso l’uscita il Sindaco, più o meno capace di amministrare, ma perbene.
Dal punto di vista dell’etica politica e della morale comune, non c’è davvero male.

Ma andiamo ancora avanti: il Governo vuole “rivoluzionare” per ragioni sue, che io non ho capito (ma solo perché sono ignorante nella materia specifica) la governance della Cassa Depositi e Prestiti. Fa fuori la vecchia dirigenza, con la quale discute solo dopo aver già nominato i nuovi “capi”, e non si accorge che per uno dei due c’è un problema di “onorabilità” che secondo lo Statuto dell’Ente, lo renderebbe improponibile (una pendenza  giudiziaria, in sostanza). Si rinuncia, quando ci se ne accorge, a quel dirigente? No, neanche per sogno, si progetta la modifica dello Statuto, per rendere più “morbida” la clausola di “onorabilità”, in modo che il progetto possa avere il suo corso, con tutti i “nuovi governanti” al loro posto.

Questo fatto è così lineare e semplice da non richiedere commenti; anche un bambino, ignaro di Costituzione e Statuto, capirebbe che non è così che si inculca nel cittadino il concetto di “legalità”, inteso nel senso molto ampio a cui solitamente mi attengo nelle mie note, concordando con molti autorevolissimi giuristi e costituzionalisti.

E’ proprio in questo contesto, che include nel concetto di legalità anche la morale e la correttezza dei comportamenti politici, che può inserirsi un altro paio di esempi, con i quali chiuderò l’argomento, anche se ci sarebbe ancora materia per continuare.

E’ stata approvata la legge elettorale, la “migliore possibile”, tanto che per averla si è ricorsi anche alla fiducia, perché bisognava ottenere il risultato, e al più presto. Tutto questo dopo un anno di palleggio tra le due Camere, ripensamenti, modifiche, innovazioni. Adesso, la legge elettorale c’è, anche se – ulteriore distorsione – entrerà in vigore tra un anno circa.

Ci sono state le elezioni amministrative, sia pure parziali, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non è più sicuro che ci sia un partito che può vincere tutto; si intravvedono pericoli se si va ai ballottaggi, pur essendo in testa nella prima tornata (Venezia insegna!); e che cosa accade? Si ricomincia a parlare della Legge elettorale, pensando seriamente di metterci mano ancora, non già per togliere di mezzo le parti più criticate e più sospette di incostituzionalità, ma per affrontare un paio di punti che parevano risolti in modo definitivo: l’assegnazione del premio di maggioranza alla “lista” che ha raggiunto un determinato quorum; il ballottaggio nel caso che nessuno raggiunga, nel primo turno , il quorum necessario per il premio di maggioranza.

E qui si prospetta già la prima anomalia. L’Italicum è sbagliato, dannoso, pericoloso. Sarebbe da cambiare, con qualunque mezzo, perché non è ciò che serve ai cittadini e alla democrazia.

E invece, si parla di cambiarlo per ragioni di convenienza politica, che sembrano suggerire che fosse migliore la prima idea, quella del premio di coalizione e che si debba rimettere mano al “secondo turno” che era stato presentato come una garanzia.
Naturalmente, non c’è ancora nulla di scritto o di dichiarato pubblicamente; ma la stampa (che è attenta a ciò che si pensa dietro le quinte), comincia a parlare di questi propositi; e nessuno la smentisce. Anzi, mi è capitato di leggere una significativa intervista con un illustre Professore, considerato (anche se lui smentisce) come un padre dell’Italicum e certamente molto vicino al Presidente del Consiglio e Segretario del partito di maggioranza relativa.

Basta leggere il titolo (che può anche non essere del tutto esatto, ma esprime l’opinione che si è fatta l’autore dell’intervista): “D’Alimonte: un baby Nazareno, sul premio di coalizione”. La lettura dell’articolo non smentisce affatto la possibilità ( e forse già l’intenzione) di rimettere le mani sulla legge elettorale, per ragioni – checché se ne dica – di pura convenienza politica, al punto che si arriva ad ipotizzare una sorta di intesa tra la maggioranza di governo e una parte delle opposizioni.

Tutto questo è serio, accettabile e ammissibile? Io penso di no, perché se una legge è pessima, come lo è l’Italicum, essa va cambiata nelle parti in cui nega la rappresentanza, impedisce ai cittadini di scegliere, assegna premi che distorcono la volontà popolare. E invece no. Si pensa di ricostituire un vecchio e, per fortuna, superato patto con Berlusconi, per tutt’altre ragioni, che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, la democrazia e la sovranità popolare.

Non è così che si riconquista la fiducia dei cittadini, né – tantomeno – s’incoraggia la partecipazione. Anzi, così si convincono più che mai i cittadini che i fini perseguiti sono corrispondenti ad interessi e convenienze di parte, anziché all’interesse generale.

Concludo con l’ultimo esempio. E’ passata la riforma della Scuola, al Senato, con la fiducia, ancora una volta. La fiducia su una riforma importante dovrebbe essere un’eccezione rarissima; ma tant’è: si è ricorsi alla fiducia e si è chiusa la partita in quattro e quattr’otto.
Non era stato detto che a luglio ci sarebbe stata una “giornata della scuola” per discutere, tutti insieme e in tutto il Paese, della riforma di uno degli Istituti più importanti per la convivenza, il senso civico e la formazione del cittadino? Semplicemente non se ne è parlato più.

Tutto questo, perché c’era la necessità di inserire nei ruoli 120.000 insegnanti ancora precari; esigenza giustissima, cui si sarebbe potuto far fronte stralciando questo punto, facendo un Decreto Legge, data l’urgenza, riservando quindi alla riforma della Scuola tutto il tempo necessario, senza ricatti di sorta.

Anche in questo caso, c’è un modo di intendere la politica, il governo della cosa pubblica, il prestigio del Parlamento, che non ci convince e non può convincere il cittadino che questa sia la “buona politica” di cui tutti parlano da molto tempo come di una necessità assoluta, proprio per “moralizzare “ la convivenza civile del Paese.

Carlo Smuraglia Presidente Nazionale dell’Anpi.
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1945 – 2015 25 Aprile 70° Anniversario della Liberazione

Partigiani sempre

Purtroppo, l’ età discrimina chi può ricordare o no quei fatti. Tutti i giornali e telegiornali sono pieni di 25 Aprile, ma il dibattito sul significato della data, sulla necessità di commemorarla, è spesso vacuo, o peggio pretestuoso.

Molti, anche per felice impossibilità anagrafica, non c’ erano, e nemmeno avevano sofferto. E allora chi c’ era e aveva sofferto si sente un diverso, avverte nei discorsi che si fanno un vuoto di conoscenze e di partecipazione.

Perché il 25 Aprile fu la fine di una guerra assurda, lunga e sanguinosa, fu il crollo di un regime asservito a un regime straniero ancora più criminale, fu il termine della paura, una paura che durava da anni, fu la cessazione di stragi di civili,d’ impiccagioni, di arbitrii, di un potere di vita e di morte incontrollato e reso furibondo dalla sconfitta vicina. Fu lo stop al terrore.

Per capire in pieno il significato del 25 Aprile giova, per esempio, aver visto (come chi scrive) l’ esercito tedesco che, in fuga per la val di Susa, si ritirava verso Torino, ammazzando qua e là qualche poveraccio; avere negli occhi le truppe francesi d’ Algeria che scendevano poderose dalla frontiera. Giova aver assistito all’ improvvisa fraternità delle persone, che si abbracciavano gridando parole al vento, ma parole di felicità; giova averle viste ballare per le strade. Giova essersi resi conto d’ improvviso che ci si poteva muovere senza preoccupazioni, che l’ invisibile ma dura prigione in cui eravamo tutti rinchiusi non esisteva più, e il mondo era aperto per chiunque. Era possibile pronunciare la parola «libertà» che noi stessi ci eravamo preclusa perché pareva soltanto un sogno. Libertà e felicità erano la stessa cosa.

C’ era voluta la guerra perché tutti capissero che cos’ era il regime, un regime abilissimo nella coltivazione del consenso. Pareva una dittatura mite. Già… mite nell’ assassinio politico (Matteotti, Rosselli, ecc.)? Mite nella guerra spietata all’ Etiopia, in pieno tramonto del colonialismo? Mite nell’ assalto alla democrazia e nei bombardamenti aerei in Spagna? Mite nell’ aggressione alla Francia, alla Jugoslavia, alla Grecia, alla Russia? Mite, infine, nell’ invio di migliaia di ebrei ai forni di Auschwitz?

È tragico che gli uomini, per capire le cose, abbiano bisogno di soffrire di persona. Altrimenti si limitano al particulare, all’ interesse immediato, sforzandosi di non vedere e non capire.

Oggi si tende a sottrarre verità e significato alla lotta svolta da minoranze illuminate contro il fascismo delle origini, collegandosi e organizzandosi pure in esilio. E piace svilire, magari alludendo a sciagurati episodi isolati, l’ opera della Resistenza, fenomeno straordinario che dai relitti di un esercito lasciato allo sbando dai comandi riuscì a cavare delle unità combattenti che diedero filo da torcere agli occupanti tedeschi e ai loro camerati italiani; che soprattutto difesero l’ onore del Paese, offuscato da giri di valzer che accreditavano la nostra fama d’ inaffidabilità: gli Alleati stessi riconobbero l’ aiuto sostanziale ricevuto.

Non era frequente, nella storia d’ Italia, quella bellicosità spontanea, quella molteplicità d’ iniziative tattiche, che trasformò molti resistenti in piccoli Garibaldi. Ne dànno una splendida rappresentazione i romanzi partigiani di Calvino, Fenoglio e Meneghello, con molta autoironia ma con il senso dell’ avventura e di un naturale eroismo.

E non era frequente la collaborazione che si sviluppò tra gruppi di diverso ceto; certo con antagonismi e incomprensioni, anche perché agli ex-militari si unirono lavoratori della terra e dell’ industria già politicizzati; ma, quasi senza eccezioni, tutti si riconoscevano nella bandiera di libertà del Cln. Anche nuova, almeno per i tempi recenti, l’ alleanza di combattenti, di civili e perfino di sacerdoti in una lotta comune, dato che le unità stazionavano spesso nel territorio di provenienza dei partigiani. Era un esercito non piccolo, tanto più se vi aggiungiamo i corpi militari di liberazione formatisi all’ ombra degli Alleati e i moltissimi internati in Germania (quasi la totalità) che rinunciarono ai grossi vantaggi offerti a quanti aderivano alla Repubblica collaborazionista di Salò.

E allora vien fatto di pensare che il 25 Aprile sia da considerare il vero inizio di una nuova vita per il nostro Paese, che infatti presto condannerà col voto la monarchia complice di Mussolini e si darà una Costituzione moderna.

In questa prospettiva, la distinzione tra chi ha goduto la fine del terrore e gli altri può cadere, dato che tutti siamo beneficiari della conquistata libertà. Il 25 Aprile dovrebbe essere per noi come il 14 luglio per i francesi, che con la caduta della Bastiglia segnano simbolicamente l’ inizio della nuova Francia.

Ecco, ora la libertà l’ abbiamo, tutti. E tutti dovremmo coltivare la passione per la libertà, essere sensibili a ogni sua minima lesione, perché la libertà si può anche perdere. Soprattutto, occorre guardarsi dall’ affidarla a volonterosi gestori: la libertà è un bene di ognuno e chi ne gode ha il dovere di esserne anche il tutore

(Cesare Segre)

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Legge elettorale e riforma del Senato: era (ed è) una questione democratica. 2° puntata

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Si tratta non di due tematiche isolate, ma di un complesso di vicende legislative, parlamentari e politiche, che attengono – da sole e nel loro insieme – alla democrazia, cioè al fondamento stesso della nostra società, delle nostre istituzioni e della convivenza civile. In effetti si è rilevato che la democrazia rappresentativa esige il massimo degli spazi per la partecipazione e la rappresentanza dei cittadini; che essi non possono mai
essere sacrificati sull’altare della governabilità; che gli spazi di democrazia non possono essere ridotti se non a danno dell’intero sistema costituzionale e della stessa configurazione democratica del Paese.

Le due riforme in discussione, che riducono entrambe spazi di democrazia e incidendo sulle manifestazioni più rilevanti della sovranità popolare, si inseriscono in un contesto complessivo rivelatore di una concezione della democrazia , che non può che essere contestata e che fin d’ora desta preoccupazioni.
La tendenza che si sta seguendo è quella dell’aumento dei poteri dell’esecutivo, a scapito del Parlamento; ancora di più, è quella di un sistema che restringe anziché incrementare la partecipazione dei cittadini e i poteri delle istituzioni che dovrebbero rappresentarli.

Trentaquattro voti di fiducia in un anno fanno riflettere, perché si risolvono in una restrizione della libertà di discussione in Parlamento e della riduzione in tempi spesso assai stretti (si parla troppo di tempi “contingentati” e di leggi “blindate” !!), del confronto e dalla riflessio nenelle Commissioni ed in Aula.

Lo stesso va detto per la frequenza eccessiva dei decreti legge e soprattutto delle leggi delegate, che dovrebbero corrispondere ai requisiti perentoriamente richiesti dall’art. 76 della Costituzione (“determinazione dei princìpi e criteri direttivi e soltanto per tempi limitati e per oggetti definiti”) e invece assai spesso se ne distaccano.                                       Se la delega è troppo generica e frutto di una discussione limitata, vengono devoluti al Governo poteri eccessivi, in danno del Parlamento e della rappresentanza. Ma questo è accaduto più volte anche su leggi importanti (da ultimo sul “Jobs Act”).

A proposito di quest’ultimo, poi, si è verificato un fatto non meno grave e preoccupante: i licenziamenti collettivi, non espressamente previsti nella legge delega, sono stati inseriti a pieno titolo nei decreti delegati; e ciò contrastando il parere espresso – in modo univoco – da entrambe le Camere, in senso nettamente contrario. E ciò in contrasto con una prassi parlamentare ormai consolidata da tempo, secondo la quale – quando le due Camere esprimono un parere conforme – il Governo deve tenerne conto, anche se il parere – in linea di principio – non sarebbe vincolante.

Ma non basta: in uno dei provvedimenti “riformatori” è stata inserita una norma che attribuisce al Governo la facoltà di incidere sull’agenda dei lavori parlamentari, ove dichiari trattarsi di una priorità.

Infine, tanto per non farsi mancare nulla, anziché accrescere la possibilità di svolgimento dell’iniziativa legislativa popolare, si sono aumentate le firme, rendendo così ulteriormente difficile l’esercizio di un potere espressamente attribuito dalla Costituzione ai cittadini..

In questo contesto, si capisce perché la preoccupazione maggiore, per la legge elettorale, sia stata quella di garantire la governabilità, non consentendo ai cittadini la piena esplicazione del diritto di scegliere i propri rappresentanti ed anzi aumentando in misura assai elevata (secondo i vari conteggi dal 50 al 70% del totale) il numero dei parlamentari che, in pratica, saranno “nominati” dai partiti; e conservando inoltre la possibilità di candidarsi in più collegi e quindi compiere poi scelte che il cittadino dovrà semplicemente subire.

Si capisce anche perché, anziché limitarsi a differenziare le funzioni delle due Camere, si è puntato su una sostanziale “abolizione” del Senato, ridotto – per mancanza di una vera elettività e di sostanziali funzioni – ad un rango accessorio ed ininfluente. Senza che si possa davvero parlare di un “Senato delle autonomie”, perché il semplice esame della normativa dei Paesi che ne dispongono, dimostra quanto sia lontano da quei modelli, il testo piuttosto sgangherato che si sta elaborando.

Ancora una volta, dunque, è la concezione della democrazia ad entrare in gioco. Quella che si manifesta negli esempi fatti più sopra (ma molti altri se ne potrebbero fare) è assai lontana, non solo dalla antichissima concezione degli ateniesi (il governo dei molti e la partecipazione, come nucleo centrale del sistema), ma anche dallo spirito che aleggia non solo nella prima parte della Costituzione, ma anche nella seconda.

E’ dunque questa concezione che va modificata, cosi come occorre che venga finalmente e seriamente “rigenerata” la politica; perché in questo si può ravvisare la madre di tutti le vere riforme e la soluzione del problema assai grave che oggi affligge il nostro Paese: la disaffezione verso la politica, il distacco dalle istituzioni, l’indifferenza e la rassegnazione di tanti (troppi) cittadini.

Carlo Smuraglia da “Anpi new del 24 febbraio/3 marzo 2015”

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