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Studente di filologia classica.

Carlo Smuraglia e la nuova proposta di legge elettorale

(Da ANPI news 28 gennaio – 4 febbraio 2014)

Nella news-letter della scorsa settimana, mi sono occupato solo dello “sdoganamento” di Berlusconi. Di ciò che ho scritto sono più che mai convinto (basterebbe ricordare il sorriso sfolgorante dell’On. Santanchè, in televisione, dopo la notizia dell’incontro con Renzi e dell’intesa raggiunta fra i due).

Ma adesso è il caso di occuparsi del merito.
L’intesa sarebbe stata raggiunta su tre punti: legge elettorale; “abolizione del Senato”; riforma del sistema delle autonomie.
Il segretario del Partito democratico è stato perentorio: si tratta di un pacchetto da prendere o lasciare, soprattutto per quanto riguarda la legge elettorale, ma in definitiva anche per il resto.
Non sono mancati i consueti applausi all’indirizzo di Renzi, che avrebbe rotto il sistema del rinvio continuo ed avrebbe imposto una soluzione concreta, a breve termine. E’ certo che bisogna dare atto a Renzi almeno della velocità e della rottura di schemi ormai stantii. Ma superati i convenevoli, bisogna andare a guardare le carte, non senza qualche rilievo preliminare sul metodo, che sa più di populismo e di autoritarismo che non di aderenza ad un sistema che si fonda sui partiti (ovviamente “bonificati”), sul rispetto reciproco, sulla formazione delle decisioni a seguito di un serio e sereno confronto.
Il merito ci dice cose preoccupanti.
Anzitutto, per quanto riguarda la legge elettorale. Diciamo tutti da molto tempo che il porcellum doveva essere cassato poiché toglieva poteri e diritti ai cittadini.
Ma ora, d’improvviso, si scopre che lo schema di una nuova legge non restituisce affatto ai cittadini la libertà di scegliere, ma è seriamente e fortemente attestato, ancora una volta, sulle liste bloccate ad emanazione dei partiti.
Con ciò, si eluderebbe, prima di tutto, ciò che ha detto in modo inequivocabile la Corte Costituzionale; ma, in più, si commetterebbe un’ulteriore ingiustizia a danno dei cittadini. Né giova dire che, trattandosi di collegi piccoli, per pochi candidati, questi sarebbero conosciuti e facilmente individuabili. Può darsi, ma con quale possibilità di scelta? Io non sono un patito delle preferenze, ma vorrei che fossimo coerenti con ciò che in tanti abbiamo detto e scritto

n questi mesi (anzi, addirittura in questi anni). Dunque, il primo problema è trovare un modo per consentire ai cittadini una vera libertà di espressione. Quale sia il modo migliore, visto che ci sono riserve sia sulle preferenze che sui Collegi uninominali, è tutto da vedere; e soprattutto da discutere. Ma come si fa a discutere a fronte di una sorta di diktat?

Ma c’è di più: l’iter prevede uno sbarramento per entrare in Parlamento particolarmente elevato (5% per le liste coalizzate e 8% per le liste non coalizzate).
In sostanza, per garantire la stabilità, si fa leva soprattutto sui partiti maggiori e si escludono, letteralmente, molti dei partiti minori. E’ giusto lasciare fuori dal Parlamento la rappresentanza di centinaia di migliaia, se di non di alcuni milioni, di cittadini?

Non è in questo modo che si consente di esercitare la sovranità popolare, che – nella democrazia rappresentativa – ha necessariamente dei limiti, che però non devono essere eccessivi.
Anche in questo, il progetto che ora viene presentato va contro la sostanza delle motivazioni della Corte Costituzionale e contro una evidente logica democratica.

Per questo ho firmato un appello di giuristi perché non si dia vita ad un altro “mostro”, con ogni probabilità anch’esso affetto da illegittimità costituzionale. Naturalmente, ho firmato come “giurista”, perché non voglio impegnare l’ANPI (o quanto meno, potrei farlo solo dopo un’ampia discussione), ma sono pienamente convinto della bontà dell’appello apparso domenica su “il manifesto” (e che pubblichiamo integralmente alla fine di questa nota) condiviso da parecchi giuristi e costituzionalisti di valore.

Infine, anche sulla proposta di “abolizione” del Senato ci sarebbe molto da dire. E non solo per le ragioni su cui mi sono intrattenuto più volte, cioè che riforme costituzionali di tale calibro hanno bisogno di riflessioni di merito, attinenti soprattutto alla funzionalità, laddove qui si dice continuamente che l’abolizione del Senato sarebbe positiva perché consentirebbe il risparmio di un miliardo. Giustamente, Nadia Urbinati, Andrea Manzella e molti altri hanno osservato che le riforme costituzionali non si fanno per motivi di risparmio (che può essere realizzato in ben altri modi), ma per ragioni attinenti alla funzionalità. E’ universalmente riconosciuto che il bicameralismo “perfetto”, ideato dai costituenti dopo un ventennio di dittatura, ha ormai mostrato la corda, provocando lungaggini nell’iter legislativo e duplicazione di iniziative e di strutture; e dunque va corretto, tenendo conto della realtà, delle esperienze straniere e degli studi e ricerche fin qui effettuati.

Di questo problema si sono occupati sia i “saggi” nominati nella primavera 2013 dal Presidente della Repubblica, sia quelli nominati, in seguito, dal Governo. Perché non attingere non tanto alle loro conclusioni, spesso incerte, quanto alle loro “ricognizioni” sulle varie possibilità e sui vari schemi e modelli, adottati altrove e adottabili?

Invece, sembra che si proceda all’insegna dell’improvvisazione, soprattutto per fare una concessione all’opinione pubblica, a cui si è inoculata l’idea che il problema sia quello del risparmio di spese inutili. La differenziazione del lavoro delle due Camere è stata già, positivamente, sperimentata in tutti i Paesi che si ispirano al bicameralismo. E lo si è fatto cercando di raggiungere il massimo di funzionalità, che può significare anche risparmio, ma non come tema prioritario.

Fra l’altro, è facile convincersi che se ci sono due Camere che fanno un lavoro diverso, si può ridurre il numero di parlamentari, dell’una e dell’altra , senza che il sistema ne soffra e dunque coniugando funzionalità e risparmio.
Ci piacerebbe un dibattito serio sui vari modelli di differenziazione possibili; ne uscirebbe dimostrata per tabulas la superficialità, così come il populismo e l’opportunismo con cui si pensa di affrontare un problema molto delicato.

Per di più, nessuno ha capito cosa dovrebbe essere sostituito al Senato attuale: una Camera delle Regioni o delle autonomie (come eletta?) oppure una sorta di Conferenza delle Regioni, costituzionalizzata, oppure ancora in altre forme?
Ci vorrebbe un po’ di chiarezza e meno semplicismo; ancora una volta, il tema delle possibili modifiche alla Costituzione si impone in tutta la sua delicatezza. E come tale vorremmo che fosse affrontato e non con improvvisazioni o semplificazioni incomprensibili.

Infine, la riforma del sistema delle autonomie. Che significa? Abolire le provincie, costituzionalizzare il sistema delle città metropolitane, secondo modelli largamente in uso in altri Paesi? Oppure fare qualcosa di diverso? Le scarne enunciazioni che sono state fatte finora non raggiungono il livello di un’argomentazione seria e di ipotesi fondate su esperienze, studi e confronti. E dunque, ancora una volta, il cammino riformatore è più declamato che non concretamente delineato.

E invece, occorrono idee chiare, discussioni serie e “aperte” al confronto (cosa che, spesso, appare poco gradita agli “innovatori”).
Infine, per tacer d’altro, che fine hanno fatto le misure per le quali il Governo delle “larghe intese” era nato, quelle che dovrebbero consentire il rilancio delle attività produttive, la creazione di nuovi posti di lavoro, e garantire sistemi di “sopravvivenza” diversi da questa costosa, inutile e limitata cassa integrazione?

In questo campo, gli “innovatori” dicono ben poco. Il Governo continua a promettere e latita. I cittadini si trovano un po’ tra Scilla e Cariddi, tra voglia di cambiare e uscire dall’immobilismo e (giusto) desiderio di farlo con raziocinio e con serietà, sulla base di confronti e non di accordi “al vertice”, che tutti dovrebbero subire positivamente.

Insomma, “qui è Rodi e qui bisogna saltare”, come dicevano gli antichi. Finora, Rodi c’è, ma di “salti” veri se ne vedono ben pochi.
Carlo Smuraglia, presidente nazionale ANPI

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I denti del drago, Saverio Ferrari

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CHIUDIAMO LA SKINHOUSE DI BOLLATE

Bollate – 09/06/2013

Il Comitato Antifascista di Bollate ricorda ai cittadini che dal 2008 opera e lavora in difesa dei valori del moderno antifascismo e dell’antirazzismo, denunciando da sempre la presenza nella nostra città della sede della pericolosa setta neonazista hammerskin, utilizzata anche per azioni di proselitismo.

Ora finalmente anche a Roma si è parlato della skinhouse di Bollate riconoscendo la gravità del problema a livello nazionale, come sempre sostenuto dal Comitato in questi anni in tutte le sue iniziative. Sono state iniziative, dai cortei ai presidi e agli eventi culturali, nelle quali il Comitato ha sempre affrontato il riemergere del fascismo e neonazismo, con tutto quanto di abbietto ciò comporta, nella vita della nostra società.

Il Comitato, operando in rete con le altre associazioni e comitati simili sul territorio, è attivo e lo sarà sempre di più prossimamente, con ulteriori iniziative pubbliche sociali e culturali, a partire fin dalle prossime settimane.

Comitato Cittadino Antifascista – Bollate

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Violenza nazifascista in Francia

L’ANPI di Senago esprime rabbia, rammarico e tristezza per la morte del diciannovenne antifascista francese Clément Méric, picchiato a morte da persone appartenenti alla destra estrema nazifascista. La barbarie della violenza ci lascia sempre basiti, ma quando ad andarsene è un giovane nel fiore dell’età, lo sgomento lascia un po’ di spazio alla rabbia.
L’ANPI si batte, affinché nessuno muoia vilmente calpestato dalla brutalità di chi prevarica con la forza, di chi soffoca la pluralità di idee e lo scambio di opinioni con il manganello.
La sezione saluta con tristezza il giovane partigiano, inutilmente ucciso dall’ignoranza e dalla violenza.

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Appello ai giovani di Concetto Marchesi

Nel congedarsi da Rettore dell’Università di Padova, prima di scappare in montagna per intraprendere la lotta partigiana, Concetto Marchesi pronunciò questa bellissima esortazione alla Resistenza.  La coscienza del latinista catanese impedì di continuare a ricoprire l’altissimo incarico nel prestigioso ateneo patavino e lo spinse a prendere coraggiosamente la strada per la montagna. A più di sessant’anni di distanza risuonano ancora vive le parole dell’accademico e suscitano al lettore una certa emozione…

Studenti dell’Università di Padova!

Sono rimasto a capo della Vostra Università finche speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio ed al segreto. Tale proposito mi ha fatto resistere, contro il malessere che sempre più mi invadeva nel restare a un posto che ai lontani e agli estranei poteva apparire di pacifica convivenza mentre era un posto di ininterrotto combattimento.
Oggi il dovere mi chiama altrove.
Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l’ordine di un governo che – per la defezione di un vecchio complice – ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. Nel giorno inaugurale dell’anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell’Aula Magna, travolti sotto l’immensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno. Ed io, o giovani studenti, ho atteso questo giorno in cui avreste riconsacrato il vostro tempio per più di venti anni profanato; e benedico il destino di avermi dato la gioia di una così solenne comunione con l’anima vostra. Ma quelli che per un ventennio hanno vilipeso ogni onorevole cosa e mentito e calunniato, hanno tramutato in vanteria la disfatta e nei loro annunci mendaci hanno soffocato il loro grido e si sono appropriata la vostra parola.

Studenti: non posso lasciare l’ufficio di Rettore dell’Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria. Traditi dalla frode, dalle violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costruire il popolo italiano.

Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.

Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina; per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignoranza, aggiungete al labaro della Vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.
Il Rettore: Prof. Concetto Marchesi

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Solidarietà a Saverio Ferrari

Ancora pesanti intimidazioni e minacce fasciste contro Saverio Ferrari. E’ accaduto pochi giorni fa a Pavia dove presso la sede dell’Anpi era in programma un incontro con Saverio (Osservatorio Democratico sulle nuove destre) sul tema ‘Fascisti su Marte? Tra fascismi vecchi e nuovi’.
La notte precedente, ignoti avevano lasciato le scritte “Ferrari assassino”, “Saverio pagherai”, “Sergio vive”, insieme a svastiche e croci celtiche, in corso Garibaldi davanti alla sala del Comune in cui si sarebbe svolto l’incontro, in strada, nel cortile e nell’atrio. Per farlo, qualcuno aveva scavalcato i cancelli e divelto una grata. Striscioni contro Ferrari erano stati messi anche sul raccordo di Bereguardo. Nei giorni precedenti il fronte Pavia Skin Heads aveva diffuso un volantino in cui invitava i cittadini a disertare l’incontro e accusavano Ferrari dell’omicidio di Sergio Ramelli (un’accusa sempre ripetuta da simili figuri, ma documentatamente e giuridicamente falsa!). Forza Nuova aveva chiesto l’autorizzazione per un presidio davanti all’aula, poi spostato in piazza della Vittoria e alla fine annullato. «Questi episodi – ha commentato Umberto Massa, segretario dell’Anpi Pavia Centro – mostrano quanto sia importante richiamare l’attenzione sul neofascismo che vediamo crescere qui e in Europa. A Pavia sono tornati i volantinaggi davanti a scuola e una presenza sempre più organizzata, ci sono state le liste neonaziste ad Alagna Lomellina: non bisogna abbassare la guardia. Quest’azione segnala che le nuove destre non gradiscono che l’Anpi si occupi di loro».

Saverio Ferrari è costantemente preso di mira dai neofascisti e neonazisti, perché da anni si occupa di loro, documentandone l’azione, ricostruendone la storia, partecipando a incontri i dibattiti su questo tema. Ricordiamo i suoi libri “Da Salò a Arcore. La mappa della destra eversiva” (2006); “Le nuove camicie brune. Il neofascismo oggi in Italia” (2009); “Fascisti a Milano. Da Ordine Nuovo a Cuore Nedro” (2011); fino al libro appena uscito “I denti del drago. Storia dell’Internazionale Nera tra mito e realtà” (2013).

Il Direttivo dell’ANPI senaghese dimostra nuovamente solidarietà a Saverio Ferrari e constata l’estrema gravità di un tale gesto in una città universitaria, dove si auspica la presenza di una “società civile” attenta e sensibile ai rigurgiti neofascisti e neonazisti.

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Buon 25 aprile

E fummo vivi; insorti con il taglio

ridente della bocca, pieni gli occhi,

piena la mano nel suo pugno, il cuore

d’improvviso ci appare in mezzo al petto.

(S. Quasimodo, 25 Aprile da Il capo sulla neve)

 

Guardo le vecchie foto della liberazione nelle piazze italiane – donne, uomini, ragazzi festosi, una massa lieta – e m’immagino quale potesse essere la loro felicità dopo vent’anni di umiliazione, dopo una guerra sanguinosa e una violenta lotta di liberazione.

Quelle immagini di persone senza paura, con il sorriso in volto e la dignità negli occhi sono il simbolo di una nuova Italia da ricostruire assieme. La più grande eredità della Resistenza è lo spirito solidale che l’ha animata, contribuendo alla vittoria sulla violenza fascista. In un periodo di grave crisi economica è indispensabile far rivivere lo spirito di solidarietà dei partigiani, in modo da superare le difficoltà in cui versa il nostro Paese. Da soli non si può nulla (o comunque poco) con l’unità degli intenti e delle forze si raggiungono i risultati migliori. Ed è stato questo il messaggio che la Sezione ANPI di Senago ha voluto trasmettere, nei giorni scorsi, ai bambini delle classi quinte elementari dell’ex primo circolo didattico, proponendo loro un laboratorio sulla Resistenza.

Il 25 Aprile per noi vuole essere un giorno festoso, un grande inno alla libertà e alla pace. Ribadire il messaggio di pace che soggiace a questa festività, significa cercare di accantonare alcune tendenziose letture storiche della Resistenza, che hanno come fine ultimo riabilitare gli oppressori e invasori nazifascisti. Italo Calvino scrisse: Da noi, dai partigiani, niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pure uguale a loro, va perduto. Tutto servirà, se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire una umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’intento ultimo e supremo della lotta dei partigiani fu non solo la costruzione di un’Italia più giusta e libera, ma anche la speranza di poter consegnare alle generazioni future un mondo sereno, in cui la guerra venisse accantonata. Forse questa ultima istanza può essere considerata utopica, ma non si può non vedere la bellezza di un intento così alto e così nobile.

Noi partigiani del 2000, figli, nipoti, ammiratori dei combattenti per la Libertà abbiamo il compito altissimo di vegliare sulla Memoria, per poter difendere tutti i risultati e le eredità della lotta dei partigiani.

Buon 25 Aprile a tutti!

Ora e sempre Resistenza!

 

ANPI SENAGO.

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