Il governo “fascista” di Tambroni del luglio 1960, la reazione popolare, i caduti e gli insegnamenti della vicenda.

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Ricorre proprio oggi il 55° anniversario degli eventi del luglio 1960, quando, a fronte della formazione di un Governo presieduto dal democristiano Tambroni e appoggiato anche da appartenenti al Movimento Sociale Italiano (cioè da fascisti, per chi non conosce o non ricorda quella vicenda) gran parte della popolazione italiana insorse.

La CGIL di Reggio Emilia dichiarò uno sciopero generale e vi furono grandissime manifestazioni in molte città, purtroppo contrastate da violente cariche della polizia, con risultati nefasti soprattutto a Reggio Emilia (5 morti) a Palermo (4 morti e decine di feriti), a Catania (un morto), a Licata e altrove.

Questo anniversario deve consacrare il ricordo imperituro di quei martiri e soprattutto dei più noti, a livello nazionale ( a loro sono state dedicate una poesia e una canzone) i cinque di Reggio Emilia (Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Afro Tondelli, Emilio Reverberi), i feriti di Reggio Emilia, (non solo quelli portati negli ospedali, ma anche quelli che le ferite se le curarono a casa per non farsi identificare) e quelli di Palermo, (che si ricorderanno domani in una grande manifestazione antifascista), quelli di Catania, di Licata, vittime di una violenza poliziesca, che non fu spontanea ma organizzata e in qualche modo determinata dal Governo.

Ma accanto al doloroso ricordo, come sempre, si impone la riflessione.

Anzitutto sul tentativo, allora inedito, di comporre un Governo con personaggi dichiaratamente fascisti. Fu una delle tante prove per contrapporsi alla volontà popolare che si opponeva a governi di destra ed ancora di più a “governi fascisti”. Il fatto era gravissimo, di per sé e giustamente come tale fu accolto; così come fu ritenuta una vera e propria provocazione la convocazione di un Congresso del MSI, in quel periodo, proprio a Genova, città da sempre antifascista e medaglia d’oro della Resistenza.

La reazione fu dunque molto forte e contemporanea in varie città. Solo a Reggio Emilia, si parla di circa ventimila persone in piazza; ma altrettante ce ne furono a Genova, a Roma, a Palermo.

Dunque, un moto popolare grandioso, a fronte del quale il Governo Tambroni fu costretto a dimettersi, riconoscendo il fallimento di quell’ignobile tentativo.

Va anche considerata la gravità della reazione poliziesca, indotta, peraltro, da una dichiarazione improvvida del Presidente Tambroni, che consentiva di aprire il fuoco “in situazioni di emergenza”. Bastò questo per mobilitare la Celere, che da Padova si recò a Reggio Emilia, appositamente per contrastare la manifestazione e che si comportò secondo la “direttiva” del Governo: si sparò, e si sparò ad altezza d’uomo; si sparò con una violenza inaudita (centinaia di colpi di mitra, di moschetto e di pistola). Non mancarono le conseguenze, anche giudiziarie, che investirono le responsabilità sia di alcuni esponenti della polizia, sia di un certo numero di manifestanti, accusati di aver scagliato pietre contro le forze dell’ordine.

Ci fu un processo, per i fatti di Reggio Emilia, trasferito a Milano per “legittima suspicione”; il processo si protrasse a lungo, seguito attentamente e in modo continuativo da tanti cittadini e compagni di Reggio Emilia che, ogni giorno, si trasferivano a Milano. Ma i risultati, se furono in qualche modo accettabili per quanto riguarda i manifestanti imputati, furono assolutamente negativi perché gli esponenti delle Forze dell’Ordine – ritenuti responsabili, anche sulla base di alcune foto e di varie testimonianze – furono pienamente assolti.

Resta dunque la memoria storica della vicenda e soprattutto di quel grande moto di rivolta antifascista di intere città, contro lo scandaloso Governo promosso da Tambroni; un moto che deve esserci di monito, per essere sempre pronti a reagire quando dalle manifestazioni pur plateali di fascisti (da contrastare sempre) si passa addirittura alla formazione di Governi autoritari; o quando la sfida alla democrazia viene portata ad un livello troppo alto, perché non si faccia di tutto per sconfiggerla (basta ricordare la strage di Piazza Fontana, a Milano, di netta marca fascista e la reazione immediata dei lavoratori di Sesto San Giovanni e di Milano che espressero, in occasione dei funerali delle vittime, la loro chiara convinzione sull’origine di quel massacro e la loro ferma opposizione ad ogni tentativo di stravolgere con la violenza la democrazia nel nostro Paese).

Tutto questo verrà ricordato oggi, a Reggio Emilia, domani a Palermo e in altre città; ma va fatto conoscere e considerato come un ammonimento per ciascuno di noi, perché i pericoli sono sempre alle porte e dunque bisogna essere vigilanti e pronti.

Devo aggiungere che ho personalmente partecipato, come avvocato di parte civile, al processo di Milano per i fatti di Reggio Emilia ed unisco al ricordo affettuoso dei caduti e dei loro familiari, quello della meravigliosa solidarietà che allora fu manifestata da tanti cittadini di Reggio Emilia, non solo con l’intervento pressoché quotidiano alle udienze, ma anche con l’appoggio e l’assistenza ai difensori, in mille altre forme, che rivelavano una straordinaria partecipazione ed una particolarissima sensibilità politica.

Anche questa è la lezione di allora, tanto più valida e forte quanto più vengono alla luce, in questa fase disgregata della vita nazionale, egoismi, personalismi, indifferenza e rassegnazione.

Questo ci dicono le vicende di 55 anni fa; non dimentichiamo né i caduti, né tanto meno gli insegnamenti che da esse devono essere tratti; e facciamoli conoscere a chi si affaccia ora alla vita associata e alla così detta “cittadinanza attiva”.

Carlo Smuraglia  Presidente Nazionale ANPI

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